San Gerardo Maiella
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La sartoria di Mastro Martino

Capitolo III

Gerardo aveva dodici anni quando per la prima volta gli capitò di dover fissare, con quei suoi occhioni di bimbo innocente, abituati a sognare Angeli e Madonnine, le orride occhiaie vuote della Morte. Era entrata nella sua casa in una tempestosa notte di gennaio del 1738 e gli aveva ghermito il povero babbo Domenico Maiella.
Quale schianto era stato per il cuore di Gerardo! Risentiva ancora per la casa i rumori sommessi e confusi della gente del paese che veniva, andava, parlottava, piangeva; le grida arrochite delle sorelle e le lacrime sconsolate sui loro volti arrossati. Si rivedeva accanto al letto, dove suo padre giaceva in una assurda immobilità. Guardava inebetito quel caro volto cereo: gli occhi chiusi nelle orbite piene di ombre livide, il capo pesantemente affondato sul cuscino, le mani intrecciate sul petto che spiccavano bianche contro il vestito bruno di fustagno rigato. La scena di lutto risonava delle nenie mestissime che mamma Benedetta, accasciata al capezzale del morto, ripeteva sommessamente, instancabile.
In quelle tristi ore Gerardo comprese che qualche cosa di diverso era entrato nella sua vita: il Dolore. La grazia di Dio gli farà comprendere che esso sarà il compagno inseparabile del suo cammino verso la santità e ad esso si attaccherà con passione, intuendo di mano in mano, che solo la sofferenza, accettata con rassegnazione cristiana, è il vero segreto di ogni felicità.

In casa Maiella, già tanto provata da ristrettezze di ogni genere, la improvvisa perdita del capofamiglia costituiva una tremenda sventura. Gerardo, l'unico maschio, diventava il sostegno principale. Con accorata apprensione mamma Benedetta gli disse:
-Figlio mio, tu vedi come siamo ridotti! Ora non abbiamo proprio nessuno che porti a casa un tozzo di pane. Tua sorella Brigida è già maritata e deve pensare alla sua famiglia; le altre due ben presto, piacendo a Dio, si sposeranno e se ne andranno anche loro. Io mi sento vecchia ed affaticata: non ho altro che te. E' tempo di apprendere un mestiere. Ti stai facendo grande, no? E devi cominciare a guadagnare qualche cosa.
Gerardo, con lo sguardo fisso sui mattoni slabbrati e sconnessi dell'impiantito, si sentiva invadere da una bruciante tenerezza per la sua povera mamma. Un nodo gli salì alla gola, abbassò ancora di più la testa in segno di assenso, mentre col dorso della mano cercava di trattenere le lacrime. Il mattino seguente Benedetta condusse il suo Gerardo alla bottega dell'altro sarto del paese: mastro Martino. La sartoria era costituita da uno stanzone a pianterreno, con un'unica grande porta e senza finestre. Si trovava al N. 11 di Via Seminario, alil’estremità orientale di Muro. Il padrone Martino Pannuto era un uomo sui quarant'anni, alto, allampanato, nervoso. Benedetta al vederlo sentì un senso di ripugnanza nel dover domandare lavoro per il suo figliuolo, dato che tra le due famiglie c'era sempre stata una certa invidia di mestiere. Ed infatti il Pannuto non si peritò di accentuare il disagio della povera vedova accompagnando l'accettazione del figlio con un sorriso di sufficienza. Gerardo aveva appreso già dal padre i primi elementi di sarto: aveva imparato a fare intrillanti, punti larghi, ribattiture, soprammani... ma ora, come apprendista nella nuova bottega, seduto sul largo bancone, ingombro di stoffe, forbicioni, metri e modelli di carta, stava attento e diligente ai suggerimenti di mastro Martino, facendo del suo meglio per progredire nel mestiere. Qualche volta però la mano si fermava con l'ago a mezz'aria, mentre la mente inseguiva un desiderio: "Vorrei farmi religioso!.. " E si faceva più vivo il ricordo del saio di suo zio francescano, Padre Bonaventura, fratello di sua madre. Come era contento di vederlo, ed era sicuro che se avesse avuto la fortuna di potere indossare anche lui quell'abito sarebbe stato tanto felice. Ben presto però Gerardo si convinse che tra quelle mura più che apprendere l'arte di sarto, avrebbe appreso l'arte di saper soffrire. Il capo-giovane di bottega, suo diretto istruttore, era un tipo presuntuoso e prepotente. Non gli sembrò vera l'occasione di far valere la sua stupida superiorità sulla inesperienza del pivellino. La minima distrazione di Gerardo lo faceva andare in bestia, e quando lo vedeva col viso astratto, in atteggiamento di preghiera, gli gridava:
-Fatica, stupido! Altrimenti ti insegno io certi padrenostri! ...
Gerardo non rispondeva mai. Qualche volta si limitava a guardarlo con un sorriso di cortesia. Non ci voleva altro per far vibrare la corda di sadismo di quel bullo:
-Ah sì! Credi di prendermi in giro? ...
E gli mollava poderosi schiaffi. Le guance emaciate del giovinetto diventavano arrossate: ma non un lamento.
Mastro Martino, anche se presente, interveniva solo limitatamente; anzi, convinto che Gerardo era un fannullone e mezzo scemo, ripeteva:
-Ma sei proprio un buono a nulla!. ..
Un giorno mastro Martino, di ritorno dalla casa di un cliente, al quale era andato a misurare una giamberga, entrando in bottega trovò Gerardo svenuto sotto il bancone: un rivolo di sangue gli scorreva dalla bocca. Dall'altro lato, indifferente e tranquillo, il capo-giovane.
-Che succede qui? -domanda interdetto ...
Vi era stata una scenata disgustosa e meravigliosa insieme. Gerardo era rientrato in bottega da una commissione con un leggero ritardo.
Il capo-giovane gli grida:
-Fannullone, dove sei stato tutto questo tempo?
E senza aspettare risposta gli si scaglia addosso tempestandolo di pugni e calci. Gerardo risponde: -Fratello mio, battimi, battimi più forte: io me lo merito ... La brutale violenza imperversa sempre più e Gerardo esclama:
-Mio Dio: sia fatta la vostra volontà ...
Il pensiero di soffrire per Lui gli illumina il volto di un sorriso. -Come: ancora ti ridi di me? -grida lo sciagurato.
-Oh no! Io non rido per te ...
-E perchè allora lo fai, scemo? ... -Io rido perchè penso che è la mano di Dio che mi percuote per i miei peccati.
Ma non ci sono spiegazioni a frenare quella furia selvaggia. Dà di piglio ad una mezza canna di ferro, e con inaudita energia, ansimando di rabbia, percuote il povero corpo di Gerardo. Egli scivola dal tavolo, cade in ginocchio, ai piedi del suo percussore:

-.... ti perdono ... per amore di Gesù Cristo ... -E ricade svenuto sotto il tavolo. Davanti a questo spettacolo insolito, mastro Martino diventa nervoso e preoccupato: -Insomma, si può sapere che succede qui dentro? Il capogiovane, con un'alzata di spalle fa:
-E che volete che ne sappia io? Domandatelo a lui.
Gerardo rinviene; vede il mastro, intuisce che questa volta si mette male per il capo-giovane. Si alza faticosamente e nettandosi il sangue dalle guance, dice: -Don Martino, non vi preoccupate: non è niente. Sono scivolato sotto il tavolo ...
Martino Pannuto sente che qualche cosa gli si rivolta in fondo alla coscienza. Ora si sta esagerando con quel povero ragazzo, pensa con un certo rimorso; lui è responsabile di quegli eccessi. Ecco: lui lo ritiene un poco deficiente: quel suo fare svagato, quel non reagire mai sotto le continue percosse e ingiurie ... non grida, non si difende ... Però ... e se fosse sbagliata la sua valutazione? Gerardo era proprio un mezzo scemo, oppure c'era qualcosa che lui non era riuscito ad afferrare, nonostante la lunga esperienza con tanti apprendisti passati per la bottega? ....
Una sera segue Gerardo all'uscita dal lavoro. Sa che non si ritira subito a casa. Anche mamma Benedetta qualche volta si è lagnata con lui per questo: ora lo ha preso la curiosità di sapere dove va. Gerardo si dirige alla chiesa. Nella penombra della navata mastro Martino vede Gerardo inginocchiato, immobile sui gradini dell'altare. I riflessi oscillanti della lampada eucaristica si riverberano sul suo volto estatico. Ad un tratto si prostra fino a terra e traccia con la lingua energiche croci sul marmo ruvido e polveroso. Un brivido di commozione
invade l'anima del mastro: cade in ginocchio, gli occhi si riempiono di lacrime: "Altro che scemo!. .. Questi è un santo!"

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Ultimo aggiornamento 27/07/2021