San Gerardo Maiella
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La fama, i miracoli e gli onori dopo la morte

CAPITOLO XVIII

230. Il gran concetto che S. Alfonso ebbe di Gerardo già morto. 231. La fama di santità presso ogni ceto di persone. 232. Il concorso al sepolcro. 233. ! miracoli innumerevoli. 234. Il primo miracolo approvato. 235. I miracoli nelle province del regno delle due Sicilie. 236. L’altro miracolo approvato. 237. I miracoli fuori dal regno. 238. Il terzo approvato. 239. I miracoli fuori d’ Italia. 240. Il quarto approvato. 241. Degli altri miracoli. 242. L’introduzione della causa presso la S. Sede. 243. Gli atti apostolici e la solennità della Beatificazione. 244. I due miracoli per la canonizzazione.

230. La memoria di Gerardo non poteva perire col suono dei sacri bronzi, che ne avevano annunziato il funerale. La fama portò il suo nome ai quattro venti: i miracoli lo resero celebre in tutto il mondo: la santa Chiesa gli decretò i dovuti onori. Il primo ad averne grande stima fu S . Alfonso; lo chiamava, come ci assicura il P . Laudi, il secondo S. Pasquale Baylon, tanto per la sua semplicità, innocenza di vita e spirito di penitenza ed unione con Dio, quanto per i numerosi prodigi, da lui operati in vita e dopo la morte. Fu egli anche il più premuroso a propagarne l’immagine. Ai 22 di luglio del 1857 scriveva alla madre Maria di Gesù: “Vi mando la figura di fratel Gerardo, di quelle che mi ha mandate Don Benedetto Grazioli, che egli le ha fatte stampare”. Il P . Giuseppe Papa depose nel processo apostolico: “Lo stesso nostro santo Fondatore ebbe il venerabile Servo di Dio in altissimo concetto, cosicchè essendo venuto a morte, prese in mano l’effigie di questo santo Fratello e se gli raccomaodò. E e poco tempo prima aveva prefieso di scriverne la vita, ma prevenuto dalla morte, restò vuoto codesto suo santo desiderio”.

231. Se però non abbiamo scritta dalla mano del S. Dottore questa vita, abbiamo le notizie, che per ordine di lui furono allora raccolte da più Padri, e da lui stesso trasmesse al P. Caione, che ne compilò una narrazione manoscritta, da cui attinsero il P . Landi e il P . Tannoia, che spesso sono stati qui citati. Dobbiamo anche a lui, se in questi ultimi tempi il nostro P. Federico Huntz ci diede una vita più accurata e meglio dettagliata; perchè, essendo egli il Cronista della nostra Congregazione, ebbe l’agio di leggere e ponderare tutti i documenti che S. Alfonso fece raccogliere intorno alle gesta del Santo, ed aggiungetevi le notizie desunte dai processi giuridici della causa, ne costruì il suo lavoro, che si avvantaggia sugli altri, specialmente per ordine cronologico. Di questo lavoro largamente mi valsi per riuscire a scrivere in fretta, impostami dalla strettezza del tempo queste pagine, per la solennità della Canonizzazione, come feci per quella della Beatificazione. Non meno di S. Alfonso stimarono e ,venerarono il nostro Santo tutti i Padri e fratelli della sua Congregazione, ai quali andarono sempre uniti sacerdoti, religiosi, monache e laici d’ogni grado e condizione, come apparisce dalle testimonianze che spesso abbiamo riportate nel corso della nostra narrazione.

232. Quale poi non fu il concorso al suo sepolcro? Ecco che depose nel processo apostolico il sacerdote D. Tommaso Cargarelli di Caposele: “Nel corso dei miei ottanta e più anni, ho udito semepre da’ vecchi già trapassati del mio comune, che dopo la morte del Servo di Dio, coloro i quali ne avevano sperimentato prodigi in vita, si recarono spessissimo a visitarne il cadavere, a chieder grazie per i loro bisogni; e perchè spesso furono consolati, il concorso si accrebbe e gradatamente fino a divenire, senza contare interruzione alcuna, molto grande e qualificato, contandosi negli ultimi anni duecento devoti circa che in un sol giorno vennero a pregare sul sepolcro del Venerabile. E per quanto nel corso di mia vita ho potuto scrutinare sulla vera sorgente di questo concorso, non ho dubitato di attribuirla unicamente alla gran fama di santità e de’ miracoli lasciati dal Servo di Dio presso coloro che lo conobbero e gli sopravvissero, e tra questi le persone più colte, come il canonico arciprete D. Camillo Bozio”. Ne tutta questa fama di santità andò mai scemando col passare degli anni. Per convincersene, basta leggere queste parole del padre Tannoia, che mandava alla luce la vita, che scrisse del Servo di Dio, sul principio del secolo passato: “E’ incredibile, ei dice, lo spiegare la fiducia che in questo Servo di Dio hanno i popoli, i quali l’invocano come un Santo canonizzato. Richiedono da per tutto con ansia le sue immagini, nè si può soddisfare pienamente alle loro ricerche. E credendo poi di aver ricevuto un gran tesoro, chi le bacia, le stringe al petto e le poggia al suo capo, chi le porta addossoo nell’abitino, chi le tiene attaccate alla porta o alle mura della stanza, chi l’affigge agli edifizi pericolanti, sicuri che questo fratello prodigioso non sa, per cosi dire, fare grazie zie piccole, ma nei maggiori pericoli opera maggiori portenti”.

233. Ora passando a parlare di questi portenti, ci è d’uopo esclamare: oh quanti e quanti essi sono ! Molti ne narrarono i biografi, antichi e moderni, del Santo: di moltissimi parlarono e tutt’ora. parlano d’effemeridi di diversi paesi, specialmente il periodico “S. Gerardo Maiella” che si pubblica in Materdomini (Avellino): ma noi, per non aumentare la mole di questo volume, ci limitiamo a menzionare solo quelli che ci sembrano più degni di nota. I primi a sperimentare la prodigiosa protezione del Santo furono i nostri. - Il P. Caione era oppresso da somma angustia di spirito. Apparendogli il Santo defunto gli disse: statevi allegro, e tosto quell’angustia svanì - Il fratel Nicola di Sapio, trovandosi nella medesima condizione, per consiglio di quel Padre ringraziò la SS. Trinità per i favori concessi a Gerardo. “Appena fatta la preghiera, disse ei medesimo, libero mi trovai dalla tentazione e cosi allegro e pieno di luce, che non capiva in me stesso . - Il P. Tannoia narra di sè ciò che segue: Nel 1786 trovandomi in S. Angelo dei Lombardi, fui preso da mortale infermità; ed essendomi ritirato in Materdomini, anzicchè diminuire, il male si avanzò. La sera del 9 settembre il P. Gennaro Orlando vedendomi estremamente aggravato, mi disse: Promettete a fr. Gerardo di tessergli la vita, che sarete sano. Mancandomi la fiducia, non diedi retta al suo dire. La mattina del 10, tredicesimo giorno della malattia, mi vidi agli estremi. In tali circostanze, disperando d’ogni umano aiuto, pieno di fede mi rivolsi al Fratello, ed esclamai: Gerardo mio, iutami. Detto ciò, mi vidi in un subito libero da ogni male. Questa grazia fecemi il benedetto Fratello, invocando il suo patrocinio, e questa stessa m’obbligò ad essergli grato con intessergli la vita”. - Il P. Luigi Maria Balducci, assalito dalla polmonite in Monteodorisio, in quel di Chieti, aveva già ricevuta l’Estrema Unzione, quando, avendo fatto voto a S. Gerardo di celebrare una messa alla SS. Trinità in ringraziamento dei doni a lui concessi, uscì fuori d’ ogni pericolo e poté in breve riprendere l’apostoliche fatiche. - Il fratel Corrado Stuifmeel, novizio del nostro collegio di Wittem in Olanda, assalito da febbre cocente, da dolori di petto e da frequenti sbocchi di sangue, dopo aver invocato il soccorso del Santo, s’addormentò placidamente, lo vide in sogno, e pieno di allegrezza si svegliò dicendo : lo sono guarito perfettamente! il che era vero.

234. Non meno che nei nostri collegi, il Santo Fratello spiegò la sua protezione in Caposele . Era morto, dopo il transito del Servo di Dio, un giovane, nipote del canonico Bozio, più volte qui ricordato, di cognome De Rogatis. La madre, che possedeva un dente del Santo, l’applicò sul cadavere dicendo: Gerardo mio, non mi date questo cordoglio: io vi prego a rendermi il figlio vivo. Il giovane aprì gli occhi e si levò libero d’ogni male. - Nel 1781 cadde malato in casa dei signori Ilaria un loro nipotino venuto da Napoli. Fatto ricorso al Santo, quando, tutti lo disperavano, la notte si svegliò gridando: Mamma, mamma, ecco fratel Gerardo! Vedi, com’è bello, come luce! Mamma, alzati, vedi fratel Gerardo ... Oh! se n’è andato! La dimane il fanciullo, sanissimo, fu portato a ringraziare il Santo nel suo sepolcro a Materdomini. - Nel 1785 i I notaio Giambattista Fungaroli, preso da febbre putrida, era ridotto agli estremi. Pasquale di Sillo gli pose sul petto un’immagine del Servo di Dio, e, come poi attestò il nostro Padre Mansione che l’ assisteva, il moribondo fu dal medico dichiarato fuor di pericolo. - Nel 1789 Domenicantonio Bozio, attaccato da fabbro maligna, fu disperato dai medici. Il ricorso al Santo lo trasse fuori del pericolo. - Nel 1829 Agata Flavia, fanciulla di due anni e tre mesi, fu una sera assalita fortemente dalla tosse convulsiva, di cui già soffriva. Il padre di lei, temendo che non ne morisse, la raccomandò di cuore al Santo. La notte la bambina, chiamando la madre, alzò la voce dicendo:Vedi fratel Gerardo, vedi fratel Gerardo. La mattina era sana e robusta. Merita poi speciale menzione la sanazione prodigiosa che in Caposele ottenne il signor Giuseppe Santorelli, la quale noi narriamo per esteso, per essere stata una delle quattro approvate, come miracoli, per la Beatificazione del nostro Santo. Giuseppe Santorelli , nipote del medico Nicola, amicissimo di Gerardo, durante la novena dell’Immacolata del 1823, fu sorpreso da gravissima malattia, che i medici chiamano ileo-tifo. Nel quarto giorno il male si fece così grave, che i medici l’ebbero presto licenziato. Nel decimo giorno l’ infermo era agli estremi; ricevette l’olio santo e fu assistito a ben morire dal sacerdote D. Vito di Masi, ed i parenti prepararono i ceri pel funerale, e la cassa mortuaria. Allora il fratello di lui pensò di ricorrere alla valida protezione del Servo di Dio : ne collocò nel berrettino dell’infermo un’effigie e quindi recossi alla nostra chiesa di Materdomini a pregar sulla sua tomba. Che fece e che disse il buon fratello là giunto, lo depose egli stesso nel processo. “Mi prostrai, ei disse, innanzi al corpo di Gerardo e piangendo, gli chiesi di far ritornare al pristino stato un padre di famiglia qual’era detto mio fratello. Allora fui incoraggiato dal vecchio fratello Sabatiello, da cui mi fu data la speranza che fratello Gerardo mi avrebbe conceduto la grazia che fervorosamente gli domandava, assegnandomi per ragione che fratello Gerardo era legato con vincolo di strettissima amicizia col ridetto mio avo. A questo incoraggiamento mi era deciso di far celebrare una messa, onde il Servo di Dio avesse condisceso alle mie preghiere, ed in questo punto fratel Sabatiello mi fece avvertire che avessi fatto celebrare il santo Sacrificio in onore di S. Alfonso, allora beato, affinchè questi avesse dato a fratel Gerardo il precetto di santa ubbidienza a concedermi la grazia. La Messa fu celebrata dall’arciprete di Viggiano, che allora trovavasi in questo Collegio ai santi esercizi. Finito il sacrificio della Messa che ascoltai, me ne ritornava in casa , col cuore pieno di fiducia; ma le persone che incontrava mi davano le più cattive notizie, tutte dicendomi che mio fratello non dava alcun segno di miglioria, ma, andava sempre peggiorando. Giunto in casa lo trovai col fatto negli ultimi periodi di vita. Cosi continuò in tutto il giorno e fino ad un’ora di notte, quando con meraviglia di tutti gli astanti si vide alzare alla metà del letto e prorompere in dirottissimo pianto; prese l’effigie del Servo di Dio che aveva nel berrettino, la masticò e l’inghiotti. All’aspetto di cosa tanto inaspettata, il medico Andrea Cleffi interrogò mio fratello cosa eragli succeduto, ed ecco la risposta che l’infermo fece, e ventidue anni dopo ripetè nella sua giuridica deposizione: Io era oppresso da un sopore mortale che durò tutto quel giorno, nel quale, simile ad un sogno di di morte io non vidi che aggirarmisi intorno un fratello di Materdomini, a cui rivolto, mentre a me sembrava avvicinarsi e poi discostarsi ripeteva a chiara voce, come mi accertarono dopo i parenti: Senti Fratello! senti Fratello! - Questi aveva nelle mani una cruccia e sotto il braccio il cappello. Suonava un’ora di notte ed il fratello Liguorino volle compiacermi avvicinandosi al mio letto, dicendo: Statti allegramente, e perchè hai ricevuto la grazia: ed in questo mentre mi dimostrava al suo fianco la felice memoria di mio avo. Io fui compreso da tenerezza e volendo rivolgere a mio avo la parola, questi mi prevenne dicendo: Fattela con costui; - ed io: Chi è costui? - E’ fratello Gerardo mi rispose. Dopo ciò fratel Gerardo mi segnò con una croce sulla fronte e scomparirono alla mia immaginazione. Tosto mi destai da quel pesante sopore e mi intesi come in un’ardente fornace circondato dai parenti, i quali m’interrogarono quale era stato il motivo della smania di quel giorno, ed io loro dissi quanto mi era sembrato vedere in sogno. Allora mia sorella Donna Camilla mi disse che, orando per me avanti una immagine di fratello Gerardo, aveva inteso una voce che le diceva: Tuo fratello guarirà. - Ed era così perchè le mie forze si rianimavano da momento a momento. A questo annunzio accorse molta gente e fra gli altri il medico D. Andrea Cleffi, mio assistente in quella malattia, insieme a D. Lorenzo Ilaria anche medico. - D. Andrea Cleffi, informato dalla famiglia quanto erami avvenuto, dissemi: Alzati sul letto. - Ed io l’eseguii volentieri, quando prima non erano sufficienti quattro persone per muovermi appena. Richiamato a vita per un prodigio, chiesi da mangiare e mangiai da sano maccheroni, frittata, formaggio, detto comunemente di quaglio, seduto in mezzo al letto presso cui ad una tavola mangiarono i miei, lieti e meravigliati... Indi feci voto di farmi Fratello della Congregazione del SS. Salvatore, ma a ragione della mia numerosa famiglia, ne fui sciolto dal P. Nasti mio confessore”.

235. Nè furono dimenticati dal Santo i paesi vicini a Materdomini, che l’avevano più volte veduto, quando era vivo. - In Conza D. Lorenzo Giliberti, rettore del seminario, era da più giorni travagliato da ritenzione d’orina. A consiglio del signor Donato Bozio s’applicò un’immagine del Servo di Dio e fu tosto libero dagli spasimi che soffriva. - In Senerchia una madre desolata piangeva sul cadavere della sua figliuola, quando con suo stupore e dei circostanti la vide sorgere e parlare in virtù del contatto d’un’ immagine del Santo. - In Teora Vincenza Palmieri dopo aver trangugiato nell’acqua un filo d’un fazzoletto di Gerardo ritornò, a nuova vita, avendo già toccato l’orlo del sepolcro . - In Avellino nel 1843 un barbiere, moribondo per ferita ricevuta da mano nemica, risanò all’ istante coll’ immagine del santo fratello applicata alla parte offesa. - - In Fisciano di Sanseverino nel 1817 il notaro Andrea Gualtieri fu liberato da forti dolori nefritici col contatto dell’immagine. - In Capaccio nel 1824 la signora Dorotea Perrotti, vedova Tanza, coll’applicazione della reliquia fu sgravata dall’idropisia che l’aveva intaccata nel fegato e nel polmone. - In Piazza di Pandola nel 1830 il medico Vito Federici con una preghiera fatta con fiducia ottenne da S. Gerardo la guarigione da un tumore mortale. - In S. Vincenzo di Mercato Sanseverino nel 1831 Fortunato Zampoli, studente, guarì da un’ascite confermata, collo stesso rimedio. - In Galvanico il figlioletto del signor Vitantonio Dorsi, di nome Giuseppe, trovandosi in procinto di morte per acuto dolore di capo, alle preghiere dei suoi genitori rivolto al Santo, incominciò a gridare: Io voglio alzarmi, sto bene, son guarito; perchè è venuto fratel Gerardo, si è avvicinato al mio letto, m’ ha posto la mano sopra la testa, m’ ha detto : salute, salute, e poi è svanito. - Non si parla d’Oliveto, perchè basta citare le parole dell’arciprete Salvadore il quale, come dice il Tannoia, scrisse che “s’era accesa una gara tra gli Olivetani e il servo di Dio: quelli ad invocare più lui che ogni altro santo, ed egli nel compartire grazie continue e segnalate”. Neppure è da credersi che l’efficace protezione del Santo si contenesse nei paesi vicini al suo sepolcro, come sono quelli della Basilicata e dei due Principati, ulteriore citeriore: perchè la sperimentarono ancora le altre regioni del Regno, quali sono gli Abbruzzi , le Puglie , le Calabrie e la Sicilia - Negli Abbruzzi salvò, nel 1846, da forte colica nefritica suor Maria Maddalena Di Cesare, vicaria delle Clarisse di Chieti: guarì nel 1846 l’arciprete di Palombano, D. Raffaele Spinelli, dalla febbre catarrale che gli minacciava la morte. - Nelle Puglie risanò, nel 1766, da un’ ernia penosissima D. Ignazio Cozzo, canonico della Cattedrale di Trevico: cavò fuori da una mortale malattia la marchesa di Specchio Gallone, nella provincia di Lecce, nella quale ella era caduta dopo averlo trattato da sciocco per essersi chiuso nel forno, credendo fare l’obbedienza al Superiore. Nelle Calabrie arrestò, nel 1875 una violenta emottisi che trascinava alla tomba suor Maria Nazzarena Via, monaca di S. Chiara in Corigliano. - Nella Sicilia fece all’istante scomparire il male spasmodico, che aveva in un braccio suor Giusppa Pasciuta, religiosa nel monastero di S. Caterina in Sciacca, diocesi di Girgenti.

236. Giacchè abbiamo accennato ai miracoli avvenuti nelle Puglie, vogliamo qui fare una speciale menzione di quello, che fu il secondo approvato dalla S. Sede per la beatificazione. - Nel marzo dell’anno 1850 a Francavilla Fontana, diocesi di Oria, Orsola Solito, vedova Meo, sentivasi da più giorni un malessere per tutta la persona, e dolori nella fronte . Chiamato il medico, trovò che nella regione sinistra dell’osso frontale era cresciuto un tumore del volume d’una grossa ciliegia, duro ed avente nell’apice una piaga callosa lardacea, gemente una specie di siero alterato. L’occhio e la guancia sottostante era tutta resipolata, e il dolore diffondevasi non solo per la faccia, ma sul cuoio capelluto, la regione cervicale e toracea. I dolori della paziente erano da lei chiamati dolori d’inferno . Dall’assieme dei fenomeni, il medico giudicò esser la malattia di genio scirroideo vertente al cancro. Non s’acchetò per altro al proprio giudizio, e volle si chiamasse un altro professore, il quale, approvando pienamente il giudizio del primo, stimò che in nessun modo potevasi fare l’operazione, senza accelerarne la morte alla paziente. Amendue convennero della nessuna efficacia de’ rimedii, e solo per confortar la famiglia e l’ammalata le prescrissero bagnature locali con tintura acquosa di oppio. Poche ore dopo una figlia della paziente ansiosa andò dal medico curante domandandogli quale speranza vi fosse per la vita della madre. N’ebbe in risposta, che non v’era nessuna speranza e perciò le facesse amministrare gli ultimi sacramenti, restandole poche ore di vita. Non può descriversi l’afflizione della famiglia alla triste novella. Ma per ventura nella camera dell’inferma trovavasi Anna Maria Giancola, la quale stimò esser tempo di ricorrere al divino aiuto. Andata quindi a prendere una immagine del Santo, la collocò tra le fasciature sulla fronte dell’inferma; poscia tutti inginocchiati recitarono con gran fiducia le litanie della Madonna ed altre preci . Pochi momenti appresso Orsola si scosse, s’alzò a sedere sul letto, dicendo d’aver ricevuto un urtone, ed inteso un acuto insolito dolore. Poi si pose a giacere e tutta la notte dormì placidamente. La dimane vennero i medici che la trovarono allegra, senza dolori e senza un filo di febbre. Le tolsero le fascie dalla fronte, ed il terribile cancro era svanito.

237. Dal regno delle due Sicilie S. Gerardo portò la sua protezione nelle altre provincie italiane. - In Roma guarì da una bronchite incurabile la signora Marianna Dionigi nel 1846, e da febbre ostinata la signora Elvira Bezi nel 1875 . - In Alatri risanò la ferita mortale d’Andrea Cataldi nel 1866. In Benevento sciolse nel 1870 da febbre maligna la signora Antonia del Vallo, che operò più tardi la sorprendente guarigione, che costituì il terzo miracolo per la Beatificazione. Essa avvenne nel modo seguente:

238. Lorenzino Riola, di S. Giorgio la Montagna, nell’Archidiocesi di Benevento, giovanotto d’anni dieci, trovandosi a studio nel liceo di Benevento, cominciava nell’aprile del 1867 a soffrire per inappetenza, pallidezza di cute, aumenti di volume in tutti i gangli linfatici, ed in ispecie al collo, nelle cavità ascellari e negl’inguini, spessi disturbi nelle digestioni o tormini ventrali. Questa malsania attribuivasi al temperamento linfatico, allo studio, al sistema di vita che si teneva nel liceo. I medici gli fecero eseguire diverse cure marziali e ricostituenti, e quando sui primi di maggio videro aumentare le sue sofferenze, gli prescrissero che, lasciato lo studio, respirasse l’aria nativa. Tornato in patria, fu visitato dal dott. Luigi de Cristoforo il quale, considerando minutamente ogni cosa, giudicava la malattia per incipiente ascite sostenuta da cronaca e lenta adenite meseraica. Cominciò dunque una cura regolare diretta a riaolvere gl’ingorghi glandulari, a ricostituirne gli umori, e ad evacuare la collezione sierosa addominale. Un mese e mezzo cira passò Lorenzino in questa cura, ma senza provarne miglioramento. Chiamossi a consulto il dottor Rossi di Benevento, che conformò la diagnosi stabilita dal De Cristoforo, e prescrisse altre medicine credute più efficaci. Ma neppur queste valsero a far migliorare il Riola, anzi andò peggiorando: il perché a mezzo luglio la madre lo condusse in Napoli, e lo fece osservare dai più distinti professori. Un di essi ordinò una cura da eseguirsi in Torre del Greco: la madre invece lo condusse a Castellammare, sperando che con le acque minerali di quel luogo il figlio ne guarirebbe. Ma fu vana speranza, poichè giunto colà l’infermo fu assalito da febbri, e da tanta gravezza, che un medico la premurò a ricondurlo stubito in Napoli. Quivi fu chiamato un chirurgo per l’operazione, ma non volle eseguirla, temendone inevitabile la morte, ed impose all’afflitta madre di rimenarlo prontamente in patria. Tornato all’aria nativa, eseguì Lorenzino le cure prescritte dai medici napoletani, e sempre senza pro: anzi peggiorava di giorno in giorno. Lo assalì di nuovo la febbre, le orine erano scarsissime, la sete ardente, cui si aggiunse il vomito col quale rigettava il cibo e le medicine, somma prostrazione di forze, marasmo, ecc. Allora si consultò altro medico, che ritenne già cominciata la suppurazione delle glandole meseraiche, e diede il giovino per affatto spedito. Perduta ogni umana speranza, si ricorse all’aiuto celestiale. Lesse Lorenzino la vita di S. Gerardo Maiella, e così avendo presa divozione al Servo di Dio, se ne procurò una reliquia che applicossi sull’addome voluminosissimo. Detta reliquia per due volte in quel giorno fu applicata su un cataplasma di foglie di cicuta. Per altri pochi giorni la reliquia fu applicata sola, e l’ammalato non prendeva verun altro rimedio, ma recitava ciascun dì tre Gloria Patri alla SS. Trinità con grandissima fiducia d’esser salvato da S. Gerardo. Nelle ore pomeridiane di uno degli ultimi di Agosto l’infermo s’addormentò, e parvegli vedere una scala dorata , che poggiando sul suo capo si elevava al cielo. Da questa vide scendere un religioso, in tutto somigliante all’effigie di Gerardo Maiella, che teneva al braccio sinistro un Crocifisso, e che, arrivato presso lui, con ambe le mani si coprì il volto, e chinandosi poggiò la testa sul suo ventre, così la tenne per qualche tempo, e senza profferir parola subito scomparve. Da quell’istante cessarono miracolosamente i sintomi della supporazione delle glandole malate, cominciò una crisi per la diuresi, cessò la febbre e la sete, ed in pochi giorni l’addome divenne cedevole e si restrinse al volume naturale, nè il sistema linfatico glandulare lasciò veruna traccia della sofferta malattia. Da quell’epoca fino a che fu giuridicamente esaminato, cioè dagli ultimi di agosto del 1867 al 18 giugno 1874, il giovine Lorenzo ha sempre goduto perfetta salute.

239. Potremmo anche narrare molti miracoli, che per la intercessione del nostro Santo, furono da Dio operati nelle diverse nazioni d’Europa ed anche in America: ma, per non stancare la pazienza del lettore, facciamo solamente un cenno dei tre che seguono. Federico Thormaier, lavorando nella ferriera di Terrarossa, presso Aquisgrana, ebbe il piede sinistro slogato ed abbruciato. Dopo tanti rimedi riusciti inutili, trovò la guarigione solo nel ricorso che fece a S. Gerardo. - Maria Van-Rosyen di Werkhoven in Olanda, guarì dall’idropisia, dal mal di petto e dagli sputi sanguigni per essersi raccomandata all’intercessione del Santo. Un Sacerdote della diocesi di Broocklin, negli Stati Uniti, nel 1881, avendo letto la vita del Santo, ne invocò l’aiuto per avere prosciolte le mani, che da gran tempo gli erano impotenti a qualunque lavoro. Dopo pochi giorni l’ottenne , e riconoscente mandò a Roma venticinque dollari per la causa della sua Beatificazione.

240. Però non possiamo omettere la descrizione di quello stupendo prodigio, che avvenne nel Belgio, e fu poi riconosciuto dalla Santa Sede, come uno dei quattro, che si richiedevano per la Beatificazione. Il prodigio fu questo. Teresa Deheneffe, dell’archidiocesi di Malines, ricevè il 15 settembre 1849 un colpo di pugnale al lato sinistro. L’apertura d’ingresso, come attesta il medico, era larga tre centimetri e di otto distante dalla cresta dell’ osso iliaco, ed il pugnale aveva strisciato nella grossezza della parete addominale fino a quest’osso. Teresa, per non compromettere il feritore, nulla disse, e si contentò di applicare sulla piaga una pomata mitigante, e di fasciarla con pannilini. Due anni e dieci mesi la durò Teresa in questo stato, mentre il male aumentava lentamente, ed ella soffriva non poco, sopratutto negli ultimi cinque mesi. Ridotta finalmente a non poter più camminare, nè muoversi senza grave dolore, se le aggiunse ancora una tosse violenta e somma spossatezza di forze. Fu quindi costretta di aprirsi con persona confidente che l’obbligò a farsi curare da un medico, il quale, avendo esaminata la piaga, disse esser necessaria l’operazione. Intanto le curò la piaga, e promise di ritornare fra otto giorni per farle l’operazione. Questa sentenza del medico afflisse Teresa, la quale molto confidando nel patrocinio di S. Gerardo Maiella, cominciò tantosto una novena per impetrarne la grazia. Ciò avveniva il 12 luglio 1852, e durante la novena portò in dosso una reliquia del Santo, ed assistè a nove Messe, che fece celebrare secondo la sua intenzione. Ai 18 dello stesso luglio, domenica fra la predetta novena, fu eseguita l’operazione, che per la profondità della piaga le riuscì molto dolorosa. Nella domenica susseguente il medico nel curare la ferita, vi trovò tali sintomi da non isperarne la guarigione. Fu allora che il confessore consigliò all’inferma di cominciare subito una seconda novena, con maggior fervore e fiducia di ottenere la grazia compita. E Teresa la cominciò ai 27 luglio, facendo inoltre celebrare la santa Messa nel primo ed ultimo giorno di detta novena , e con pieno successo. Difatti nella notte dal 3 al 4 agosto, mentre spirava il novenario, si staccarono spontaneamente la fasciatura e l’impiastro, e Teresa svegliatasi la mattina trovò la piaga totalmente chiusa e senza la menoma cicatrice! Fuori di sè per la gioia, Teresa stessa andò dal medico per dirgli che era guarita e ne voleva l’attestato per iscritto, e gli narrò i particolari del fatto. Il medico dopo aver udito ogni cosa, soggiunse che, per credere al miracolo, bisognerebbe che non fosse rimasta alcuna cicatrice. “Ebbene, ripigliò essa sorridendo, trovatela se il potete”. Il medico la esaminò minutamente, poi scrisse così: “Questa ferita è rimasta fistolosa fino al 3 agosto, quando si è subitamente chiusa, ed oggi è impossibile di trovare nel luogo, dove era la sua sede, la più piccola cicatrice. La qual guarigione istantanea deve esser ritenuta come miracolosa”. E tale fu riconosciuta dalla S. Sede.

241. Vi sarebbe da non finirla giammai, se si volessero narrare i miracoli che Dio operò ed opera ad intercessione di S. Gerardo. Non posso però tralasciare queste parole del Tannoia: “Gerardo, ei scrive, è speciale protettore dei parti; per cui in Foggia e altrove dov’è più celebre il suo nome, non vi ha donna parturiente, che non ne abbia l’immagine e non invochi devotamente il di lui patrocinio”.

242. Essendo tale la fama di santità e dei miracoli del Servo di Dio, ne veniva per conseguenza, che la Congregazione del SS. Redentore ne intraprendesse la causa di Beatificazione e Canonizzazione, il che fu fatto sotto il governo del Rettore Maggiore, P. Camillo Ripoli. S’iniziarono dunque a questo scopo i processi informativi, nella Curia vescovile di Muro Lucano nell’aprile, e nell’arcivescovile di Gonza nel dicembre del 1843. Compiti questi processi, e trattata la causa d’introduzione, Pio IX ne segnò il decreto ai 17 di settembre 1847, in forza del quale il Servo di Dio prendeva il titolo di Venerabile.

243. Introdotta la causa presso la Santa Sede, per andare innanzi, era necessario di compilare nell’una e nell’altra Curia i processi apostolici, a’ quali fu posto mano, in Muro nel 1850 e in Gonza nel 1848 . Portati questi processi a Roma, sotto il regime del Rettore Maggiore, P. Nicola Mauron, furono discusse le virtù secondo le norme del diritto, in tre Congregazioni, delle quali la prima si tenne il 12 marzo 1872, la seconda ai 4 marzo 1873, la terza il 21 aprile 1874. Nel giorno 8 giugno, festa del Sacro Cuore, Pio IX decretò che il Venerabile avesse esercitato le virtù in grado eroico. Dopo ciò furono presentati all’esame della Santa Sede i quattro miracoli, che abbiamo già riportati innanzi. Discussi questi miracoli nelle tre solite Congregazioni, tenute nei giorni 20 novembre 1888, 10 marzo 1891 e 26 gennaio 1892, Leone XIII gli approvò con decreto del 25 marzo dello stesso anno. Fu poi tenuta il 26 aprile la Congregazione, che si chiama super tuto, e nel giorno 8 settembre fu emanato il relativo decreto. Finalmente ai 29 gennaio dell’anno 1893, con plauso universale, spuntò il giorno della Beatificazione, la quale per le tristi circostanze dei tempi, fu celebrata nell’aula sopra il portico della Basilica Vaticana, dove fu esposto all’ammirazione del pubblico il Beato in gloria, che, come i quattro stendardi dei miracoli, era stato dipinto dal Gagliardi. Avvenne in quel giorno che il sanpietrino Augusto Scarpellini, nell’accendere le candele su di una scala, cadesse dall’ altezza di molti metri, e che tutto il popolo, spaventato, invocasse ad una voce l’aiuto del nuovo Beato. L’ invocazione non fu vana, perchè il sanpietrino restò intatto e, memore della grazia ricevuta, si recò nella nostra Chiesa, dedicata a S. Alfonso in via Merulana, per portare due candele da accendersi all’ immagine del Santo che lo salvò. Era desiderio di tutti che fosse accelerata la causa di Canonizzazione, e per farlo era mestieri che fossero prima approvati dalla Santa Sede altri due miracoli, da Dio operati, ad interessione del Beato. Questi due miracoli non furono desiderati per lungo tempo. Ne avvenne subito uno nel Belgio nell’anno stesso della Beatificazione, e dopo tre anni un altro nell’archidiocesi di Conza; quali furono presentati all’esame della S . Sede, essendo Rettore Maggiore il R.mo P. Mattia Raus, di santa memoria.

244. Ecco il primo miracolo avvenuto nel Belgio. - La Signorina Valeria Beerts di S. Trudone (S. Trond), nella diocesi di Liegi, cadde ai 2 agosto del 1893 in una grave malattia. I sintomi del male erano grande dolore di capo, malessere generale, debolezza di tutta la persona, dolori alle braccia e alle gambe, febbre continua, inappetenza e nausea d’ogni cibo, vomito ostinato, diarrea, ecc.: dai quali sintomi i medici rettamente dedussero che si trattava d’ileo -tifo. Dopo la terza settimana, la malattia s’aggravò spaventevolmente per il sopravvento di speciali fenomeni nervosi quali furono delirio, contratture, convulsioni, cefalea, insonnia, respirazione difficile, perdita dell’intelligenza, letargo, ecc . : donde i medici fecero diagnosi di meningite celebrale. Il giorno 3l agosto era in agonia; quando, venuto a lei un padre Redentorista, che l’ aveva confessata prima che ricevesse il Viatico, le portò una reliquia del Santo, la quale le fu imposta sul corpo . Dopo brevissimo tempo s’addormentò placidamente. Era guarita. Il medico constatò che tutti i sintomi del male erano scomparsi come per incanto: le Suore, che l’avevano assistita nella malattia fino all’estrema agonia, ne restarono stupefatte: e i genitori che già la piangevano come perduta, se la videro in un istante risanata.
Il secondo miracolo avvenne nel modo che segue. - Verso la fine del 1896 Vincenzo di Gironimo, alunno nel seminario arcivescovile ,di S. Andrea di Conza, fu attaccato da pleurite essudativa. Di giorno in giorno aggravatosi, fu in breve ridotto a così misero stato che i medici dichiararono di non trovare più nell’arte salutare un rimedio, che potesse giovargli. Allora fu che il Rettore del seminario pensò di ricorrere all’intercessione del Santo e, fatto sul moribondo un segno di croce, gliene applicò la reliquia. Dopo ciò l’ infermo potè per tutta la notte abbandonarsi ad un sonno tranquillo, ed il domani per tempissimo apparve libero da ogni traccia della sofferta pleuride e, ciò che è più, dall’essudato, il quale era completamente scomparso. I genitori là presenti, ripieni di gioia per vederselo ridonato a nuova vita, lo sollecitarono a levarsi di letto ed a vestirsi per ricondurlo festosamente in famiglia. Il Rettore ne li dissuase, affinchè, il giovane potesse ritornare cogli altri alunni allo studio e alla vita comune: ciò che egli fece meglio di prima. Questi due miracoli, in base dei dotti ed elaborati voti del professore Enrico Sabatucci, medico eletto d’ufficio dalla Sacra Congregazione dei Riti, furono strenuamente difesi dall’egregio avvocato della causa, Monsignor D. Achille Martini, ed a relazione di Sua Eminenza Illustrissima e Reverendissima, il Cardinal Domenico Ferrata, Ponente della detta causa, furono secondo il solito, discussi in tre distinte Congregazioni, delle quali la prima, che si chiama antipreparatoria, fu tenuta ai 25 di agosto del 1903, nella residenza del prelodato Eminentissimo, coll’ intervento dei Padri Consultori: la seconda che si chiama preparatoria, ebbe luogo nel palazzo Vaticano il giorno 31 maggio del 1904, e v’intervennero, oltre i Consultori, gli eminentissimi Cardinali, che fanno parte della predetta Sacra Congregazione: la terza che si chiama generale, si tenne dai Consultori e dagli eminentissimi Cardinali in presenza di Sua Santità ai 26 di luglio nell’aula dei Sacri Concistori con esito felice, che portò il decreto d’approvazione dei suddetti miracoli, qual decreto fu solennemente emanato dal Santo Padre nel giorno 15 agosto, sacro alla Vergine Santissiima Assunta al cielo. In questo stesso giorno fu anche promulgato il Decreto ut tuto procedi possit ad solemnem Canonizationem. E questa fu celebrata con grande solennità e straordinario concorso di fedeli, nella Basilica di S. Pietro in Roma, l’ 11 Dicembre 1904 da S. Santità Pio X di Santa memoria.

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Ultimo aggiornamento 27/07/2021