San Gerardo Maiella
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Con due ditelle

Capitolo XXXIV

Una mattina di fine febbraio, Gerardo andò di buon'ora dall'amico Santorelli: «Domani», disse, «dovrò partire per Napoli, e son venuto a salutare gli amici».

La notizia produsse una dolorosa sorpresa, specialmente nella sorella del Dottore, la quale alla fine gli disse tristemente: «Ed ora quando ci rivedremo?».

«Stasera!», rispose.

Il Dottore sorrise, sapendo che il santo, dopo l'Ave Maria, per regola, non avrebbe potuto uscir di casa.

Ma egli insisté: «Non scherzo, tornerò stasera. In giornata debbo salutar gli amici».

Quell'insistenza sugli amici fece una certa impressione sul Dottore che si domandava a chi volesse alludere. Lo seppe più tardi quando iniziò le visite agli ammalati. Presso ogni capezzale, vedeva un'ombra scivolare silenziosa, attirando l'attenzione e le speranze dell'infermo. Era lui, Gerardo: lo stesso volto, gli stessi occhi, lo stesso sorriso. Avrebbe voluto interrogarlo, ma non osò. Lo fece la sera, incontrandolo nella portineria del collegio: «Ma si può sapere cosa volevi da me, quest'oggi? In ogni visita ti avevo sempre davanti».

«E che volevo?» rispose Gerardo, «Non lo sai che domani debbo partire? Non te lo avevo detto che dovevo salutar gli amici?». Il Dottore tornò a casa sbalordito, ma una nuova sorpresa lo attendeva sulla soglia, quando la sorella gli disse: «Sai? Poco fa è venuto fratel Gerardo».

«Ma come è possibile, se poco fa era con me in collegio? Te lo sarai sognato».

«Non me lo son sognato», rispose energicamente, «L'ho visto coi miei occhi così come ora vedo te. Avrei potuto parlargli, ma non ne ho avuto il coraggio. Lo posso giurare!».

Ma non c'era bisogno di giuramenti, perché un altro fenomeno di bilocazione era stato osservato nella stessa giornata dal giovane Teodoro Cleffi.

Egli era stato pregato dal santo di segnalargli le necessità più urgenti degli infermi ed era volato immediatamente nella casa di un suo conoscente: «Amico, vi occorre qualche cosa?», gli disse.

«Nulla», rispose, «perché proprio adesso è venuto fratel Gerardo e mi ha rifornito di tutto».

«Ma come può essere, se vengo da lui e l'ho lasciato in collegio?».

«Guarda!», e gli indicò vari oggetti depositati sulla tavola, «quella roba me l'ha portata fratel Gerardo».

All'indomani si diresse verso Napoli con un solo programma «Vivere nascosto in Dio». Giunto a Serino, un paesello adagiato in una valle fluviale, verde di prati e di piante, per non essere riconosciuto, si fermò in una lurida taverna, tra i motteggi dei fannulloni, meravigliati di vedere un missionario tra quegli avventori avvinazzati. La voce arrivò fino alla famiglia De Filippis che si onorava di ospitare i missionari di passaggio. Il padrone scese subito a rendersi conto del fatto e, riconosciuta la divisa dei Redentoristi: «Oh Padre», esclamò, «voi qui?». E lo trascinò a viva forza in casa. Co-nosceva molti Padri e di tutti chiese notizie, specialmente di fratel Gerardo di cui aveva sentito tanto parlare e che avrebbe desiderato ardentemente di conoscere.

Gerardo, con una risposta evasiva, cambiò discorso.

A Napoli si propose di evitare assolutamente i luoghi dove aveva suscitato entusiasmi, contento d'inseguire di chiesa in chiesa il suo Signore, esposto nelle sacre Quarantore, e di passare i tempi liberi nelle botteghe degli artisti a ragionar di Dio. è rimasta celebre la sua amicizia col pittore Di Maio, rinomato per la sua arte e la sua virtù. Il santo si fermava estatico davanti ai suoi quadri, plasmati dal soffio dell'ispirazione cristiana, e dalla bellezza dell'arte risaliva alla bellezza creatrice di Dio.

Nello stesso tempo frequentava lo studio di uno scultore che stava lavorando una Madonnina per il Padre Celestino De Robertis. Gerardo assisteva e sollecitava l'artista, intrattenendolo con discorsi di cielo. Fu soddisfatto quando poté assicurare il Padre che « La statovina... era venuta veramente bellissima » e che si stava già lavorando l'aureola e la colorazione al vivo (o.c., pag. 43).

Ma la sua occupazione prediletta era sempre la preghiera, una preghiera divenuta ormai orazione di quiete, come placido approdo dell'anima in Dio. Dopo le tempeste dei mesi precedenti, si trovava finalmente immerso in una luce nuova, pacifica e pacificante, che scorreva, come torrente, dal Cuore ferito di Cristo; poteva abbandonarsi, senza resistenze, al flusso gioioso della luce e inebriarsene in ogni fibra dell'essere. Da ciò nasceva in lui il desiderio sempre più ardente d'impossessarsi dei tesori del Sangue Divino, custoditi nei forzieri della Chiesa: di arricchirsi cioè del maggior numero d'indulgenze. Appena arrivato a Napoli venne a sapere che il dotto gesuita Francesco Pepe, confessore del Re e direttore del conservatorio della città, aveva ottenuto dal sommo pontefice Benedetto XIV grandi privilegi per l'acquisto delle sante indulgenze. Senza perder tempo, arrivò fino a lui, e con « urgenti preghiere », come egli stesso si esprime, riuscì a impossessarsi dei suddetti privilegi.

Desideroso del bene altrui, come del proprio, si affrettò a parteciparli alla madre Crostarosa con una lettera che è tutta un grido di trionfo : « La divina grazia e la consolazione dello Spirito Santo nostro siano sempre nell'anima di V.R. e di tutte le vostre figlie, « Mamma Maria Santissima ve le conservi: Amen, amen ». Segue l'elenco delle indulgenze plenarie da lucrarsi nelle feste della SS. Trinità ; in tutte le feste di Gesù Cristo e di Maria SS. e degli Apostoli; nella festa di San Giovanni Battista, S. Anna, S. Giuseppe, S. Michele Arcangelo, S. Gioacchino e S. Elisabetta. Le suddette indulgenze sono estensibili a tutte le suore ed educande presenti e future col solo onere della comunione e delle solite intenzioni generali.

Come compenso, chiedeva l'applicazione di otto comunioni con relative indulgenze nei giorni successivi alla propria morte. La lettera porta la data dell'8 marzo, quarta domenica di quaresima. Si entrava nel tempo sacro della passione e il santo si applicò alla contemplazione del suo Dio crocifisso. Traspariva all'esterno, dalla mente astratta, dall'occhio lanciato verso l'alto, l'abitudine ai sublimi pensieri che lo rendevano estraneo alla piccola vita di ogni giorno. Ciò destava la curiosità dei monelli, il frizzo mordace degli adulti e, una volta, perfino l'affronto di due donne di cattiva fama. Il fatto lo narrò lui stesso al padre Caione.

Se ne andava per un vicolo meno frequentato, tra il monastero di Donna Regina e la chiesa di San Giuseppe dei Ruffi, quando da uno di quei bassifondi in cui vivevano promiscuamente uomini e bestie, gli giunsero all'orecchio i lazzi delle due donne. Si turò le orecchie e continuò la sua strada. Ma il giorno dopo, allo stesso punto, le due donne, divenute più ardite, gli mossero incontro. Una sonava il colascione ; l'altra il tamburello. Lo presero in mezzo e cantando e sonando e ballando gli intralciavano il cammino, aggiungendo ai gesti parole sconvenienti.

Allora Gerardo arretrò d'un passo, si drizzò sulla persona e con voce terribile tuonò: « Ah non la volete finire ? Volete proprio vedere un castigo di Dio sotto i vostri occhi ? ».

Appena proferite queste parole, una delle donne, come percossa dal fulmine, stramazzò a terra, urlando: «Madonna mia, muoio! Madonna mia, muoio! ».

Fu raccolta e portata via di peso, mentre l'altra, atterrita, se la dava a gambe, e Gerardo, senza voltarsi indietro, proseguiva il cammino.

Ma l'ora della grande manifestazione era ormai sonata.

Quella mattina egli si era recato, come al solito, in Piazza del Mercato per gli acquisti giornalieri. Erano i primi di aprile, ma la primavera sembrava ricacciata indietro da un vento indiavolato che portava nuvole e pioggia. La piazza era deserta. Intorno alla Pietra del Pesce vagabondavano alcuni pescatori scalzi e disillusi per il mare grosso che aveva impedito nella notte ogni buona retata.

Gerardo già si accostava al gruppo, quando udì un urlo prolungato che andava e veniva col vento : grida, pianto, implorazioni di aiuto.

«Una disgrazia! », pensò, correndo verso il mare. Il mare lo vide come una bestia ferita che stramazzava, muggendo, sugli scogli; tutta la distesa era un sussulto frenetico di bava, soffocata dalle nubi. Ma chi gridava? Eccolo là, più avanti, lo strano groviglio di uomini e donne in delirio. Che volevano? Chi cercavano?

Tutti gli occhi erano fermi su un punto distante pochi metri, dove, nel vortice formato dalla risacca, una barchetta carica di pescatori ballava inpazzita sui flutti, facendo sforzi disperati per prender terra. Dalla riva ogni tanto scendevano uomini muniti di corde, ma venivano spazzati via inesorabilmente dalla furia delle onde. Poi il vento crebbe ; crebbe la rabbia del mare che copriva ormai con gli spruzzi i pescatori fiaccati e stravolti; crebbe la disperazione del gruppo sulla riva che si aspettava da un momento all'altro il fatale naufragio.

Fu allora: Gerardo si fece un segno di croce; si gettò il mantello sulla spalla sinistra ; avanzò tranquillo nel mare e, raggiunta la barca, l'afferrò con due dita, dicendo a voce alta: « Via su, in nome della SS. Trinità! », e la tirò a riva come un sughero galleggiante. La folla, rimasta attonita e senza fiato, proruppe in un sol grido « Miracolo ! Miracolo ! Il santo ! Il santo ! ». E gli si precipitò addosso, ma il santo era già fuggito. Attraversò come un lampo la piazza, infilando un vicolo dopo l'altro, finché non udì più alle spalle quel grido : « Il santo ! Il santo ! Miracolo ! Miracolo ! ».

Allora si fermò trafelato nella bottega di un suo amico, Gaetano l'ottonaio, che, incuriosito, lo tempestò di domande. Seppe così l'accaduto e lo raccontò ai Padri.

Invece il padre Caione lo seppe direttamente dallo stesso Gerardo. Mentre conversava con lui alla presenza del dottor Santorelli, gli disse a bruciapelo: « E la faccenda della barca come andò ? ». Egli sorrise: « L'afferrai con due ditelle e la tirai a terra».

E il Dottore: «Dimmi la verità: ti sei gettato in mare, perché sentivi caldo, non è vero?».

E Gerardo : « Come stavo in quel giorno, ci sarei andato pure volando per l'aria ». Anche il canonico don Camillo Bozio lo seppe direttamente da Gerardo e proprio all'indomani dell'avvenimento. Passeggiavano insieme di fronte al castello, per l'attuale piazza del Municipio, quando, dietro alle loro spalle, un abate disse: « Ecco quello che ieri si gettò in mare».

Gerardo allungò il passo, mentre il Canonico non faceva che ripetergli : « Adagio, adagio ! Aspettatemi ! Aspettatemi ! ». Finalmente, allontanatisi dal luogo, il Canonico gli disse: « A che cosa alludeva l'abate ? ». E Gerardo raccontò l'accaduto.

Da allora il suo nome si sparse per tutta la città e spesso fu fatto segno a dimostrazioni di stima anche da parte di personaggi ragguardevoli, ma egli cercò di nascondersi dietro il velo della sua umiltà.

Una mattina, mentre si ritirava in casa, fu avvicinato da un volante, vestito di bianco, con galloni dorati di un'illustre famiglia napoletana.

« Chi cercate ? » gli chiese.

Ed egli con profondo inchino: « La signora duchessa di Maddaloni desidera conferire con fratel Gerardo ».

E Gerardo: « Ma che cosa ne vuol fare la Duchessa di fratel Gerardo ? Costui è un pazzo, uno scemo senza cervello». E si ritirò.

Un'altra mattina, una dama lo raggiunse davanti alla chiesa dello Spirito Santo per dirgli: « Fratel Gerardo, compiacetevi di venire a casa, perché mio figlio è malato».

Ed egli: « Signora mia, a che servirebbe la mia venuta ? Vi prometto di raccomandarlo alla Madonna».

La stessa chiesa fu testimone di un altro fatto simile.

Mentre conversava con don Filippo Rossi di Caposele, sopraggiunsero due nobildonne. Una gli disse: « Fratel Gerardo mio, vieni a guarire mia figlia».

Gerardo era combattuto tra l'umiltà e la carità, ma, viste le lacrime della donna, rispose: « Voglio andare a domandare il permesso al padre Margotta». E, ottenutolo, raggiunse l'inferma. Non sappiamo che avvenne.

Il padre Margotta, per salvare le convenienze, fu costretto qualche volta a inviarlo nei palazzi dei grandi, ed egli ubbidì. Con la solita veste e il solito cappellaccio, salì le superbe scale di marmo, calpestò i preziosi tappeti, mentre i valletti gli aprivano il passo di sala in sala, tra le specchiere arricciolate e gli stucchi dorati, fino al cospetto della dama, dai piedini fruscianti sotto l'ampio guardinfante, la testa piumata, il viso cosparso di nei.

Tra le sue ammiratrici primeggiava la duchessa d'Ascoli, donna Eleonora Sanfelice che portava il nome del santo in tutti i salotti della capitale.

Gerardo non era l'uomo da sdegnarsi davanti a quel mondo fittizio, in cui anche la pietà si colorava di un languore d'Arcadia. Solo il santo sa essere indulgente con le debolezze della nostra natura e abbraccia con la stessa carità ricchi e poveri, nobili e plebei, perché tutti redenti dal sangue di Cristo.

Se vogliamo conoscere i discorsi che egli teneva con queste persone, basta leggere le lettere indirizzate ai gentiluomini, poche in verità, ma tutte ripiene dello stesso affetto paterno, delle stesse esortazioni alla pazienza, all'amore a Gesù, alla fuga dal peccato. Un nobile spiantato gli si era rivolto per una raccomandazione presso un duca; ma la raccomandazione non sortì l'effetto sperato. Il santo ne approfittò per spronarlo alla virtù : « Fratello mio in Gesù Cristo, abbiate pazienza nelle vostre tribolazioni, ché tutto ciò permette Dio per vostro bene. Dio vuole che vi salviate l'anima e vi ravvediate. Uno è necessario : soffrire tutto con rassegnazione alla divina volontà, perché questo vi aiuterà per la vostra eterna salute ».

Il gentiluomo insistette e il santo fu costretto ancora una volta a bussare alle « dure illustri porte», ma con lo stesso esito di prima buone parole, buone promesse, e non altro. Gerardo non perdé per questo la sua serenità e il suo spirito cristiano, e continuò le sue esortazioni: « Abbiate pazienza se non ottenete subito ciò che andate trovando. Forse il mio Signore impedisce la strada per tenervi mortificato. Iddio riduce l'anima tra le miserie ed amarezze per farla rientrare in se stessa e conoscere che cosa vuol dire un Dio offeso... Perché dunque vi volete disperare, quando codeste vostre pene sono poche di fronte a quelle che avreste da patire per i vostri peccati ? Non sarebbe peggio se ora vi trovaste nell'Inferno ?... Io l'ho mandato a dire di nuovo al Signor Duca; ma lo compatisco, perché non ha comodo per ora di situarvi. Lasciate fare a Dio: come vi porterete con Dio, così Dio vi aiuterà» (o.c., pagg. 68-69-70).

Così, da una di quelle occasioni che noi chiameremmo banali, Gerardo sa cavare considerazioni elevate ed esporre con franchezza apostolica quelle verità che debbono guidare anche le azioni dei nobili per non incorrere nella condanna eterna.

Quando poi c'è di mezzo l'offesa di Dio, allora non c'è nobiltà o amicizia che tenga. Egli sa drizzarsi nella persona come un lottatore e affrontare l'avversario. Ci resta al riguardo una lettera molto significativa, perché indirizzata a un nobile dell'amicissima famiglia Santorelli di Caposele, di nome don Girolamo, il quale aveva tentato circuire con doni una certa Caterina, monaca di casa, e, non essendoci riuscito, aveva imprecato contro il confessore di lei e chi le aveva imposto il corpetto nero. La lettera del 16 maggio, da Napoli, è scandita con la fierezza di chi sa difendere la giustizia, e con la sicurezza di chi si appoggia alla forza di Dio: « Ti dico che ella è difesa da Dio e da me: perché vuoi tentare la potenza di Dio ?... Non sono cose da uomo dabbene... e se sto lontano, sappi che nessuna cosa è più impossibile a Dio... ».

Poi la sua parola si fa più umana, più comprensiva: « Oh Dio! Tu sai il bene che ti porto e ti avanzi a tanto! Ma ti perdono, perché fosti trasportato dalla tua gioventù ; poiché chi sta in tale stato, non pensa all'Inferno e all'infinita perdita di Dio» (o.c., pag. 45). Le ultime giornate di Napoli furono rallegrate dalla presenza del padre Celestino De Robertis, uno degli ammiratori del santo, venuto da Pagani, forse per prendere la statuetta della Madonna. I due amici uscivano spesso insieme, evitando accuratamente le vie centrali, dove, verso il tramonto, sfilavano le carrozze dei nobili, veri salotti ambulanti, costruiti per la felicità della dama e del cavaliere servente. I quali, seduti languidamente sui molli cuscini, coi cristalli abbassati, sfoggiavano i loro gioielli davanti agli occhi attoniti dei popolani, mentre i volanti con le mazze d'argento precedevano di corsa le superbe quadrighe, urlando ai quattro venti i lunghi titoli dei loro nobili signori. Intanto il sole calava e la sfilata continuava al chiarore delle torce. Allora però i nostri due amici erano già raccolti nella meditazione serale.

In uno di questi pomeriggi, mentre Gerardo e il padre De Robertis tornavano, bel bello, per una via appartata, s'incontrarono con un giovane sacerdote, venuto a studiare teologia all'università. Dopo i primi saluti, il sacerdote cominciò a parlare delle sue occupazioni, tutt'altro che liete: studi faticosi e difficili. E senza avvedersene, entrò nel tema dell'Incarnazione del Verbo, e della sua generazione eterna dal Padre. Gerardo ascoltava senza batter ciglio, poi cominciò col chiedere spiegazioni, coll'aggiungere qualche breve commento; in ultimo prese lui la parola con tanta chiarezza e proprietà che i due s'interrogarono più volte con gli occhi carichi di meraviglia. I concetti più astrusi si rivestivano naturalmente delle immagini più semplici e tutto veniva soffuso di tanta carità che si comunicava anche ai due ascoltatori.

Le ombre calavano dal cielo e il gruppetto nero si disegnava ancora ai margini della strada, tra le gomitate di un passante frettoloso e il grido lamentoso di un venditore ambulante.

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Ultimo aggiornamento 27/07/2021