San Gerardo Maiella
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La seconda vocazione

CAPITOLO VIII

94. Gerardo riceve dal cielo un’altra vocazione, cioè quella di condurre le vergini allo stato religioso, e le religiose alla propria perfezione. 95. Il monastero delle Carmelitane scalze di Ripacandida. 96. Chi era la madre Maria d i Gesù, e le sante relazioni tra lei e Gerardo. 97. Un’estasi in parlatorio. 98. Varie profezie. 99. Le relazioni vietate. 100. Una lettera di rassegnazione alla madre Priora. 101. Il divieto revocato. 102. La Ven. M. Celeste Crostarosa ed il suo conservatorio di Foggia 103. Un’estasi. 104. Altre meraviglie . 105. Le sante relazioni con le Benedettine d’Atelia. 106. La fanciulla che si farà monaca.

94. Tenendo dietro le orme del nostro Santo nelle apostoliche sue corse, ci è avvenuto di trovarlo in relazione con alcune religiose. Di tali relazioni ora vogliamo parlare di proposito, per mostrare com’egli avesse avuto dal cielo un’altra vocazione, cioè quella di condurre le vergini allo stato religioso nei sacri chiostri e le religiose alla perfezione del proprio stato . Generalmente parlando, lo confessiamo, non è proprio di un fratello laico, per santo che sia, o per abilità che si voglia avere, dirigere le anime; anzi diciamo che il solo pensare di poterlo fare sarebbe in lui segno di gran superbia, e il tentarlo indizio di grande temerità. Però non può negarsi che la divina Sapienza, ammirabile nei suoi santi, si piace talvolta eleggere fra essi i più umili per mandare ad effetto certe opere, che sembrano trascendere l’ambito della loro vocazione. Questi straordinari disegni essa li manifesta loro non solamente per un’attrattiva affatto speciale, ma ancora e principalmente per organo di legittimi superiori. Per tal modo autorizzati, questi eletti istrumenti operano cose ammirabili a vantaggio della Chiesa e per la santificazione delle anime. Ciò appunto avvenne al nostro Santo. Poco fa lo abbiamo veduto quasi dimenticare il suo umile stato di fratello laico per attendere ad un vero apostolato; abbiamo udito personaggi eminenti chiedere l’opera di lui per vincere l’ostinazione dei peccatori. D’altra parte gli stupendi risultati, che coronarono le sue fatiche, ben ci attestano come egli, mentre sembrava andar fuori della via assegnatagli dalla propria vocazione, operasse conformemente alle viste della Provvidenza. La stessa autorità dei fatti e la divina volontà, in essi e per essi manifestata, sanzionarono le sante relazioni che egli ebbe con parecchi monasteri di monache . Anche la più sospettosa prudenza non troverà difficoltà ad acconciarsi a quello che affermiamo, vedendo non solo i superiori di lui, quali furono i PP. Cafaro e Fiocchi, autorizzare coi loro permessi queste relazioni, ma santi e dotti vescovi altresì farsi a domandarne istantemente il soccorso per vantaggiare i monasteri soggetti alla loro giurisdizione . Del resto, giova ripeterlo, i risultati provarono assai chiaramente essere stato in ciò il volere di Dio. Volute da Dio, autorizzate, anzi talvolta espressamente comandate dall’ubbidienza e sempre segnate con l’impronta di una viva fede, queste relazioni erano sempre accompagnate da una prudenza del tutto soprannaturale, ed in tutta la vita del nostro Santo non havvi luogo, dove l’unione della prudenza del serpente insieme alla semplicità della colomba non rifulga. Il seguito de’ fatti ne darà la prova.

95 . Incominciamo dal monastero delle Carmelitane Scalze di Ripacandida, grande borgata della diocesi di Melfi. Questo monastero fu fondato sotto il titolo di S. Giuseppe nel 1753 dal Servo di Dio l’arciprete Giambattista Rossi. S. Alfonso, dice il Tannoia, vi venne nel 1750 a dare gli spirituali esercizi, “ con somma consolazione del suo spirito, 13 estasi madonnacon tanta ammirazione del fervore della comunità, che ebbe a dire graziosamente: Non avrei mai creduto trovare un garofano come questo sopra una rupe.” Dopo questo tempo il S. Dottore visse sempre affezionatissimo al Carmelo di Ripacandida, siccome consta dalla sua corrispondenza. Ditemi, scrisse nel dì 30 dicembre di quello stesso anno 1750 alla madre Priora Maria di Gesù, che potrei fare per servire e per aiutare cotesta comunità che io tanto amo, e vi tengo tutte più che per mie sorelle, perchè so che volete bene a Gesù Cristo mio? Ad esempio di S. Alfonso ebbero venerazione per le Religiose di quel santo luogo i Padri che spesso vi furono chiamati dal vescovo. Per mezzo di loro le conobbe anche Gerardo ed egli stesso ne concepì da quel tempo una stima così grande, che non gli venne mai meno. Non vi meravigliate, disse in una lettera alla già lodata Priora Suor Maria di Gesù, se io vi scrivo così affezionato: l’unica ragione di questo è che voi venite stimate da me come vere e dilette spose di Gesù Cristo, e questa considerazione mi muove la divozione di conversare continuamente con voi. Vi è anche un’altra ragione che mi tocca il vivo del cuore ed è che voi, spose di Gesù Cristo, mi ricordate e mi rappresentate la divina Madre.

96. Era la madre Maria di Gesù un’anima di singolare virtù, fornita del dono di un’alta contemplazione, e talmente accesa di amore pel suo divino Sposo, che sembrava essere un’altra S. Teresa, siccome rilevasi dalle lettere scritte le da S . Alfonso . E poichè un istinto soprannaturale fa conoscere ai Santi le anime abbandonate all’azione della grazia, :fin dal primo incontro la santa donna conobbe Gerardo e gli tributò la più religiosa venerazione. Dal canto suo il Santo fratello erasi accorto del tesoro di perfezione chiuso in quell’anima, e prese a stimarla assai. Quindi, d’allora in poi, ogni volta che l’ubbidienza lo condusse a Ripacandida, non mancò di visitare la madre Maria di Gesù, e a simiglianza dei cittadini della celeste patria la loro conversazione era di Dio, di Gesù Cristo, loro comun tesoro, e per usar la pittoresca parola del Tannoia, e incontrandosi, vedevansi due fuochi di riverbero che agivano l’un l’altro e non sembravano che due serafini.” Della stima della loro madre entrarono a parte le religiose, cui avvenne di trovare nella conversazione del Santo quei segreti fin’allora sconosciuti, atti ad agevolar loro il passo nelle vie di Dio. Ond’è che molte fra esse si munirono di licenza per corrispondere con lui per via di lettere, le cui risposte sono un monumento di soprannaturale prudenza, ed avremo occasione di osservarlo. Nell’ardente brama di vedere queste spose di Gesù Cristo sempre più sante e più care al divino Sposo, non cessava di pregare per esse. Egli dal canto suo chiedeva con istanza le loro preghiere, e quando l ‘assicuravano delle loro orazioni e l’avvisavano di aver fatto per lui la santa comunione, non si può dire quanta gioia ne provasse. E poichè i varii uffici commessigli lo fecero sovente andare a Ripacandida, la pia comunità, giovandosi della licenza avutane dal Vescovo Monsignor D. Teodoro Basta, si ebbe più volte l’anno la consolazione di godere la santa conversazione dell’ammirabile Fratello e di sperimentare così la verità di questa sentenza profferita già alle Clarisse dal Vescovo di :Muro: Vale più una chiacchierata di fratel Gerardo che un intero quaresimale. Ed infatti, come attestarono varie Teresiane di Ripacandida nei processi, ogni volta ch’ei ritornava a visitarle, sembrava loro un angelo del cielo più che un uomo mortale. Il suo mortificato aspetto, il suo volto composto alla modestia infondeva negli animi un profondo sentimento di rispettosa ammirazione. Si sarebbe preso per un serafino, specialmente allorchè prostrato dinanzi al SS. Sacramento vi restava immobile come rapito in dolce estasi.

97. Per accrescere tanta venerazione non mancarono avvenimenti miracolosi. Per ben due volte piacque al Signore favorire di estatici rapimenti il fedel suo Servo nel parlatorio del monastero. Un giorno, mentre discorreva dell’amore che dobbiamo avere a Gesù Cristo, ad un tratto, sollevato in aria, si aggrappò con lo mani alla grata, e tale fu l’impeto dell’estasi, che gli spuntoni di ferro, intorno la grata, quasi fossero di cera, ne restarono contorti, vedendosi contemporaneamente il suo volto irradiato di luce, e tutto il parlatorio straordinariamente illuminato. A tal vista la Priora prese a garrirlo del danno che faceva. Egli, scosso come da un sonno profondo, rispose semplicemente che li avrebbe fatto riparare. A ricordanza del prodigio, la madre Maria di Gesù ordinò al fabbro di lasciare alcune sbarre contorte; e così si osservavano ancora nel 1853, quando in quello stesso parlatorio si prendevano le informazioni per il processo di beatificazione. Trattenendosi altra volta, dice il Tannoia, alla medesima grata con tutta la comunità, esordì il suo dire dalle parole dei sacri cantici: Introduxit me rex in cellam vinariam; e poi, “portandosi avanti il discorso, su i pregi di Gesù Cristo, egli si vide in estasi, e la grata e porteria addivenute come un incendio di fuoco.”

98. Varie profezie vennero ad aggiungersi alle estasi e diedero nuovo incremento all’alto concetto che si aveva della sua santità. Con le stesse parole dei processi ne riportiamo una, la cui memoria si è conservata nel monastero. “Era in ferma a morte una delle monache: la malattia era e tale che ne vedevano tutto il pericolo le sue consorelle, e mentre ne erano afflitte, ne fecero parola a fratel Gerardo che, andando raccogliendo limosine, trovavasi allora in quel comune. Le confortò il Servo di Dio e le assicurò che non sarebbe morta, nè in quell’anno, nè per quella malattia. E come no, ripigliavano le monache, se ella sta a momenti per rendere lo spirito a Dio? Lo vedrete col fatto, soggiugeva Gerardo, perchè ella ha bisogno di avanzarsi nella perfezione. E così fu: la monaca si riebbe contro l’aspettativa delle suore, e fu assai più fervorosa di quello ch’era stata per l’ innanzi.” 99. Erano già trascorsi molti mesi, dacchè si era stabilito il santo carteggio tra Gerardo e le monache, quando il Vescovo di Melfi, forse ad insinuazione dei Carmelitani di Napoli, i quali volevano introdurre nel monastero certe mitigazioni alla primitiva regola di S. Teresa, fece loro divieto di qualunque corrispondenza con chicchessia in fatto di direzione, all’infuori del loro confessore ordinario . Si comprende agevolmente come una tal proibizione sembrasse dura alle religiose che regolavansi con S. Alfonso e che ricevevano, mercè le lettere di Gerardo, tanti lumi e spinte per avanzarsi nella via della perfezione. Non tardò Gerardo ad apprendere l’ordine episcopale da un sacerdote, pel cui mezzo la priora Maria di Gesù (non potendo ella direttamente notificarglielo) gli manifestò insieme al suo dispiacere, quello delle sue figlie. Immantinente il Servo di Dio prese in mano la penna e le scrisse una di quelle lettere, che ci fanno vedere manifestamente qual ricco fondo possedesse egli della scienza dei Santi, e che certamente è degna di essere accanto a quella che nella stessa circostanza scrisse Sant’Alfonso all’afflitta priora.

100. La lettera di Gerardo, come viene riferita dai PP. Landi e Tannoia, è del tenore seguente: “Molto Rev.da Madre. Se Monsignor mio caro Ill.mo vi ha proibito lo scrivere, ha fatto bene; essendo questa la volontà del nostro caro Dio, ed assai godo che il mio Signore vi leva da tanti impicci, poichè tutti sono segni che vi ama assai e vi vuole tutta stretta a lui. State dunque allegramente e di buon animo, perchè non sono cose queste da darci pena, ma più presto allegrezza. Quando si tratta di volontà di Dio, ogni cosa ! Vostra Riverenza lo sa meglio di me e meglio di qualche altro. Che volete che vi dica? Ho parlato e parlerò con confidenza con una che mi è maestra su di questo. Non mi sono potuto ancora far capace come un’anima consacrata al suo Dio possa mai ritrovare amarezza su questa terra, e non compiacersi in tutto del suo santo volere. La volontà del nostro caro Dio è l’ unica sostanza delle anime nostre. Ahi maledetta volontà propria, che impedisce alle anime un sì immenso tesoro, un paradiso terrestre, Iddio stesso! O viltà dell’ignoranza umana! Quanto fa trascurare un acquisto così grande! Forse non è quel sommo Iddio, che il tutto regge, che ciò permette? Forse non è la sua sacrosanta volontà quella che ciò vuole, ma non pare? V’è forse un’altra condotta maggiore per condurre alla nostra eterna salvazione? O Dio, vi fosse altro maggiore per farci salvi? E quale altra cosa maggiore può trovarsi per dargli gusto, quanto il far sempre ed in tutto la sua divina volontà? E che altro vuole da noi se non che questa sua divina volontà si faccia sempre perfettamente, come vuole, dove vuole, quanto vuole, con lo star sempre pronti ad ogni suo minimo cenno? Stiamo dunque indifferentissimi in tutto, acciò sempre in tutto possiamo fare la volontà divina con quella somma purità d’ intenzione, che Dio vuole da noi. Gran cosa è la volontà di Dio! O tesoro nascosto ed inapprezzabile! Ah! se ben ti comprendo, tu sei, tu tanto vali, quanto l’ istesso mio caro Dio? Chi può comprenderti, se non il mio caro Dio? Io certamente vivo al sommo consolato che V. Riverenza è una di quelle anime che si cibano solo della bella volontà del mio caro Dio, poichè ben mi è nota la vostra eroica virtù su di questo. Seguitate dunque ad essere sempre trasformata in una unione perfetta, in una istessa cosa con la bella volontà di Dio. E ciò che fanno gli angioli di Dio in cielo, vogliamo farlo anche noi in terra! Volontà di Dio in cielo, volontà di Dio in terra! Fate sentire a tutte questi pochi righi. Io credo, come ho già creduto, che Monsignore Ill.mo non solo ha dato la proibizione a V. Riverenza, ma a tutte le sorelle di non scrivere ad altre persone. Ha fatto bene, ma la prego che non s’affligga per questo, perchè sarebbe lo stesso che lagnarsi di Dio. Onde si faccia la sua santissima volontà, ed io mi dichiaro contentissimo che non mi scrivete più, come anche dico alle sorelle. E se ancora nel mandarmi salutando conoscete minima ombra contro l’ubbidienza, per carità non lo fate, e per amor di Dio, perchè io mi contento di tutto. Basta che mi raccomandiate al Signore. Questo voglio, poichè io ben conosco il fine di questo santo prelato che vi vuole tutte unite a Gesù. E se io verrò costà, mi asterrò di chiedergli licenza di parlare con voi: onde non serve di scrivere; e se il mio superiore mi manda qualche volta costà, non serve vedervi, perché poi ci vedremo in paradiso; e mentre che stiamo in terra, ci vogliamo far santi con la volontà degli altri, e non con la nostra, perchè la volontà degli altri è per noi volontà e di Dio. - Gerardo del Santissimo Redentore.”

101. E’ facile comprendere come dietro questo ammaestramento, avvalorato da quello di S. Alfonso, non vi fossero più lagnanze, e la Comunità piegasse il capo in omaggio all’ordine del Vescovo . Nondimeno Nostro Signore volle da quelle care sue spose, come le chiamò Gerardo, il sacrificio della sommissione e non quello di restar prive del loro santo consigliere. Monsignor Basta, che già più volte aveva avuto occasione d’ammirare la virtù, la scienza infusa, e la discrezione degli spiriti del Santo fratello, non indugiò a togliere il divieto rapporto a lui. Laonde, secondo la testimonianza del Tannoia, fe’ sentire alle monache essere suo piacere che tutte si giovassero dei consigli di lui, perchè, diceva, era uomo di comunità ed uniforme con esse di spirito. Non andò guari che il vescovo in una solenne circostanza manifestò più distintamente l’altissima stima che faceva della santità di Gerardo e dei doni soprannaturali di cui lo vedeva fornito, specialmente del dono della discrezione degli spiriti. La Priora Suor Maria di Gesù camminava nelle vie straordinarie, e perchè godeva abitualmente di un’orazione sublime chiamata da S. Teresa di unione, temeva grandemente di essere ingannata dal demonio, e questi suoi timori erano tanto più grandi, in quanto che taluni religiosi la dicevano illusa. Il vescovo, mosso da così sinistro parere, non solo lasciò vietare alla santa monaca ( contro la formale protesta di S. Alfonso) la Comunione quotidiana, ma volle inoltre portarsi a Ripacandida per esaminaro lo spirito della priora, unitamente al P. Fiocchi ed a fratel Gerardo, di cui esigeva assolutamente la presenza ed il parere in questo esame. Che il giudizio del Fiocchi e del fratello sia stato del tutto favorevole alla santa monaca credo sia superfluo farlo osservare, perchè quanto ci è occorso di dire finora intorno a questa degnissima figlia di S. Teresa è sufficientissimo a persuaderlo. Ed il loro giudizio fu confermato da S. Alfonso, il quale, per assicurare sempre più questa diletta sua figlia, ai 28 marzo 1753 le scriveva: “Che paura c’è, che il demonio v’inganni? Che demonio, che demonio? E’ Dio, è Dio che e v’assiste e vi sta attorno, perchè vi vuole tutta sua: abbandonatevi dunque come morta nelle sue braccia amorose, e ricevete con ringraziamenti ed amore tutte le cognizioni e i tocchi amorosi, che dona all’anima vostra. E quand’esso vi parla, non parlate voi, ma aprite l’animo a ricevere quanto vi dà. Fu verosimilmente in occasione di questo esame fatto dello spirito della madre Maria di Gesù che il nostro Santo edificò la comunità con un bellissimo atto di virtù, che riporteremo con le stesse parole della religiosa che lo depose nel processo apostolico. “Mostrossi sempre il Venerabile e Servo vi Dio (cosi ella) umile ed ubbidiente verso i suoi superiori. Una volta, come mi hanno raccontato le nostre suore già defunte, trovandosi egli in questo monastero insieme al P. Fiocchi, e questi, volendolo far uscire dal luogo dove stavano, gli disse: esci presto, faccia di diavolo. E mentre che Gerardo ubbidiente ed umile se ne partiva senza replica, il Fiocchi rivolgendosi alle monache disse loro: Gerardo ha veramente la faccia di Gesù crocifisso. Tali furono le relazioni tra S. Gerardo e le sorelle Teresiane scalze di Ripacandida, relazioni che non si spezzarono neppure dopo la morte, giacchè il Santo dal Paradiso soccorse quelle religiose, ed esse sempre l’invocarono. “In questo Monastero, diceva una di esse nel processo informativo, si ha per il Servo di Dio molta divozione; e questa divozioneèò stata sempre la stessa senza veruna interruzione. Quante novene 14 estasi teresianeabbiamo fatto in suo onore! Noi tutte lo teniamo per nostro speciale avvocato e ci raccomandiamo di continuo con grandissima fiducia al suo patrocinio.”

102. Oltre le Carmelitane scalze di Ripacandida, erano in sante relazioni col nostro Gerardo le Suore del Conservatorio del SS. Salvatore di Foggia . Veniva questo conservatorio governato da una donna di singolare virtù, la Venerabile Maria Celeste Crostarosa. Avendo questa letto in una lettera, che le diresse il Santo, queste belle parole: Io desidero amare lddio, desidero stare sempre con Dio, desidero fare tutto per Dio, ben s’avvide con chi aveva a trattare, e d’allora prese a venerarlo come un angelo, a consultarlo come un oracolo. Dal canto suo Gerardo aveva per essa la più alta stima. “Avendola conosciuta per mezzo dei nostri, dice il Tannoia, tanto fu il conoscerla, quanto stringersi con essa in ispirito.” Tutte le volte che da Deliceto calava in Foggia, e non era di rado, sbrigati gli affari, la prima visita, dopo quella della divota chiesetta del conservatorio, era per la madre Celeste, ed allora si vedevano rinnovarsi gl’infiammati colloqui di S. Teresa con S. Pietro d’ Alcantara e con S. Giovanni della Croce. “Godeva, così il Tannoia, la madre conferire con Gerardo e godeva Gerardo comunicare con essa le mosse del proprio cuore; e non so se Gerardo invogliasse la religiosa a maggiormente amare Gesù Cristo, o quella infervorasse Gerardo a più stringersi con Dio. In buon conto, animavansi l’uno e l’altra alla maggior perfezione.” Queste sante relazioni dovevano essere tanto più gradite alla venerabile donna, in quanto che di lei appunto, un ventennio prima, si era servita la Divina Provvidenza a fare lieti auspici alla Congregazione del SS.mo Redentore, ancora non nata. Infatti, trovavasi essa allora nel monastero di Scala, che s’intitolava del SS.mo Salvatore, quando il mercoledì 3 ottobre 1731 ebbe una visione, nella quale le fu mostrato un novello istituto di religiosi, specialmente intesi a soccorrere milioni di anime abbandonate e prive di aiuti spirituali nel mezzo delle campagne. A capo di questo drappello di missionari vide S. Alfonso, ed una voce sentì chiarissima che diceva: Questi è quegli che ho eletto per capo di quest’opera di mia gloria. Dopo questa visione, per ragioni, che troppo lungo sarebbe riferire, si dipartì da Scala per recarsi a Nocera dei Pagani, ove nel casale detto Pareti riformò un conservatorio di giovanette. Indi, dato sesto a quest’opera, nel 1738 fu chiamata a Foggia, ove fondò quello stesso conservatorio del SS.mo Salvatore, di cui si fece poco innanzi menzione e che divenne presto per la sua regolarità l’edificazione di tutta la città ed una sorgente di benedizioni per tutta la Capitanata, essendo che le famiglie nobili di quella provincia s’affrettarono a mandarvi in educazione le loro figliuole. Appena Gerardo ebbe conosciuto questo conservatorio, e l’esatta regolare osservanza che vi regnava, cominciò ad affezionarvisi. Nè andò a lungo, ed uno scambio di lettere cominciò tra lui e la fondatrice. Il vescovo di Troia, Faccoli Pietro, ed il suo successore Marco de Simone, sotto la cui giurisdizione trovavasi il conservatorio, conoscevano Gerardo e la grazia particolare datagli dal cielo per l’avanzamento delle persone consacrate alla vita dei chiostri, ed emulando i vescovi di Muro e di Melfi, s’erano mostrati desiderosi che l’umile fratello s’impiegasse a farvi crescere il fervore della regolare osservanza. Nè andarono a vuoto i loro desideri, attesocchè Gerardo con le sue lettere contribuì molto alla santificazione di quella comunità. Di quando in quando pure vi fece qualche, spirituale conferenza e con i suoi fervorosi discorsi, come si esprime il P. Landi, l’animò all’acquisto delle più sode virtù, alla regolare osservanza, ed all’amore di Dio. Ascoltiamo dalle monache stesse ciò che deposero nei processi su la santa conversazione di lui. “La sua parola ingenerava rassegnazione e faceva sospirare i beni del cielo. Sovente facevasi a dire e degli attributi di Dio, della sapienza e bontà infinita di Lui: come pure di frequente parlava di Gesù Cristo e della Madonna. Può affermarsi che, quando parlava, il suo cuore era un vulcano di amor divino, ed il suo volto infiammato pareva la faccia d’un angelo venuto dal cielo a parlare agli uomini.”

103. E quale non dovette essere poi lo stupore di esse tutte, quando assistettero all’estasi avuta da Gerardo nell’anno 1753, il dì innanzi la festa della SS.ma. Trinità? Nell’uscire dalla stanza d’una religiosa inferma, alla quale aveva a conforto donate alcune salutari esortazioni, udì cantare nel coro il vespero della festa. Sentendo celebrare l’adorabile mistero delle tre divine Persone sussistenti nella stessa unica natura, mistero su cui egli aveva ricevuto ammirabile illustrazione e di cui era divotissimo e per l’invocazione del quale operava molti miracoli, nello stesso momento si vide rapito fuori di sè. In questo stato di rapimento “l’anima, a dirla con S. Teresa, è agitata da dolci trasporti, e vorrebbe far scoppiare la sua gioia in cantici di benedizioni: è un glorioso delirio, una celeste follia: che più? è per essa una maniera di esultare sovraumanamente deliziosa.” Dominato da questo potere estatico, Gerardo attraversò il chiostro con grande velocità ripetendo le parole della sacra liturgia: O altitudo divitiarum sapientiae et scientiae Dei; quam incomprehensibilia sunt iudicia eius. Intanto terminata l’ufficiatura, egli era ancora in estasi. Le religiose, uscendo dal coro, s’imbatterono in lui e, stupefatte nel vederlo così trasformato, si arrestarono a guardarlo. Egli si avvide di essere stato sorpreso, e parve sforzarsi per ritornare in sè; ma il divino entusiasmo di bel nuovo l’investì, e gridò: “O sorelle, amiamo Dio, amiamo Dio!.” Indi rimase immobile con gli occhi rivolti al cielo e lampeggianti, poi ad un tratto con velocissimo movimento levossi dal suolo ad una altezza considerevole. Era la fine dell’estasi . Dopo di che il Servo di Dio rinvenne ai sensi, ma tutto pallido in volto e defaticato nella persona per la violenza dei durati sovrumani trasporti.

104. Vi sono altre meraviglie che egli operò in questo benedetto monastero di Foggia. Con un segno di croce guariva un giorno una conversa omai venuta alla soglia del sepolcro. Un altro giorno con lo stesso rimedio riportò il medesimo effetto un’educanda, a riguardo della quale eransi sperimentati inefficaci tutti i mezzi dell’arte salutare. Gerardo le disse solo: “sana”; e di presente, fugata la febbre, la giovane si trovò salva d’ogni malore. Parlava una volta alla presenza della madre Maria Celeste e di altre religiose, allorchè, spezzando in mezzo il discorso, rivolse la parola ad una di esse, e le si fece a dire così: Sorella mia, voi vi confessate spesso: non è vero? Beata voi! Vi consiglio a starvene sempre unita con Dio, giacchè è omai vicino il dì della vostra morte. Poichè la religiosa, cui disse tali cose, era nel fior degli anni, robusta, e piena di salute, essa ne stupì, e la comunità con lei, di maniera che tutte tennero quelle parole come per celia. Il fratello se ne accorse, e ritornò sull’argomento dicendo che la più florida salute svanisce ad un batter d’occhio : Dunque, sorella mia, conchiuse con voce solenne , restate bene unita con Dio, mentre fra otto giorni il Signore verrà a chiamarvi. La suora per ogni evento profittò dell’avviso, e diede opera a meglio prepararsi alla morte. Buon pro per lei! chè nel dì predetto, con sorpresa della comunità, ella volò in paradiso. Fra le educande di questo conservatorio vi era una certa fanciulla a nome Geltrude de Cecilia, la quale più volte occasionò la manifestazione dei doni celesti profusi dal Signore nel suo fedel Servo. Tra le altre, un giorno recavansi quelle monache al parlatorio ed insieme con loro la Geltrude, per ascoltare da lui un discorso spirituale. Com’ebbe finito di parlare, indirizzandosi a lei, le chiese che cantasse una canzoncina. La fanciulla non osò per timidezza accondiscendere a bella prima, ma poi, cedendo alle istanze di lui, prese a cantare la nota strofa del Metastasio: “Se Dio veder tu vuoi, - Guardalo in ogni oggetto: - Cercalo nel tuo petto: - Lo troverai con te.” Queste parole giunsero come strali di fuoco al cuore di Gerardo, che subito restò alienato ed immobile col volto tutto in fiamma da parere un Serafino . Il canto era finito, ma l’estasi non cessò, se non qualche tempo dopo. D’allora in poi mostrò un particolare interesse per la piccola Geltrude, la quale gli fu tenutissima per molte grazie. In particolare una volta che ella erasi confessata senza premettere l’attento esame di coscienza, il fratello, conoscendolo per lume del cielo, si portò alla grata, e fattala quivi venire, le disse: Figliuola, voi stimate d’essere disposta per la santa Comunione; ma non vi siete ben confessata. Ecco un peccato, (e disse quale) che non avete accusato; ritornate dunque al confessore e fatevi una confessione generale. Alla subita luce fatta nel secreto dell’anima, la fanciulla ebbe a morire di spavento; ma la cosa doveva riuscire a bene. Dietro un’attenta preparazione ella si recò al confessionale; donde, passando all’altro eccesso, cadde in irragionevoli inquietudini, che la gettarono in preda a nerissima malinconia, della quale nessuno sapeva indovinare la cagione. Il santo con nuovo prodigio ne conobbe l’interno, ed alla sua prima venuta a Foggia, si affrettò a farle una visita per rassicurarla e liberarla dagli scrupoli, dicendole: Figliuola mia, quietatevi, la vostra confessione generale è stata esatta e piacevole a Dio. Queste parole dissiparono immediatamente le nere nuvole, onde era velata la fronte della giovane educanda, che ben presto si ricolmò di gioia. Quantunque devota e buona, pure la Geltrude non aveva mai avuto pensiero per la vita di chiostro, al contrario anelava il momento di por termine alla sua educazione per indi ritornare in seno alla famiglia. Gerardo lo sapeva, e non ignorava ciò che a lei era nascosto, vale a dire quale fosse lo stato a cui Dio la chiamava. Laonde, essendo venuto un giorno a trovarla, le parlò così: Ricordati che se tu esci dal chiostro, te ne pentirai, cadrai nei pericoli del mondo, e pure qui dovrai ritornare. Intimorita da tal minaccia, la giovanetta non pensò più ad uscire dal monastero, e più tardi vi fece la professione. Intanto una malattia, sopravvenuta poco dopo la professione, la ridusse a tale stato da dover prendere la via di S. Severo, suo paese natale. Quivi sedotta dal fascino della vanità del mondo, contro cui non erasi ben premunita, si lasciò andare ad infedeltà alla grazia . Allora le corsero alla mente le profetiche parole di fratel Gerardo e diede in un pianto dirotto: indi senza indugio volò al monastero per ricominciare a servire Dio come nei migliori giorni del suo fervore . Quivi chiudeva la vita in età senile verso l’anno 1830; e per tutto il tempo della mortal sua carriera non rifiniva dal celebrare la santità di colui, al quale si dichiarava riconoscente per la vocazione allo stato religioso , nonchè pel suo ritorno a vita di fervore.

105. Egli tenne pure dei rapporti con le Benedettine di Atella, che, se furono meno frequenti, non furono meno salutari. Quelle religiose dovevano moltissimo al nostro P. Fiocchi ed al nostro P. Francesco Margotta, dai quali in un corso di spirituali esercizi ne riportarono l’incomparabile benefizio del ripristinamento della vita comune e del fervore religioso. Per mezzo di questi Padri Gerardo entrò in relazione con loro. D’altra parte il Vescovo di Melfi, dal quale dipendevano, lo pregava ad averne cura come delle Teresiane di Ripacandida; ed egli non risparmiò nè lettere nè discorsi. Dal canto loro le religioso risposero con fervorosa docilità alle soavi e forti premure di lui, e così se ne meritarono la stima, in modo, dice il Tannoia, che per suo mezzo varie donzelle abbracciarono nel loro monastero la vita religiosa. Dopo la morte di Gerardo, tutta la comunità, fiduciosa si mise e perseverò ad invocarlo, e spesse volte meritò di sperimentarne l’efficace patrocinio. Il processo della beatificazione riferisce più miracoli che ne sono la prova. Però ciò che maggiormente ha contribuito finora a conservare sempre fresca la memoria di lui, fu la profezia fatta a suor Maria Cianci nella sua fanciullezza e che essa non cessò di raccontare fino alla sua morte, che avvenne l’anno 1826.

106. La profezia è la seguente. Era l’anno 1752, ovvero 1753, quando Gerardo, secondo il solito, faceva la questua per la povera casa di Deliceto. Venuto nel luogo natale della predetta suora, prese alloggio presso i suoi parenti; ed un giorno, arrivata l’ora del pranzo, prese per mano la piccolina, che aveva allora quattro o cinque anni, e disse: Io voglio mangiare vicino a questa fanciulla, perchè un giorno sarà monaca. Il vaticinio si verificò vari anni dopo la morte di lui, quando la Cianci, giunta all’età competente, si monacò nel detto monastero di Atella, ove fu religiosa di santa vita e morì ottuagenaria, vantandosi spesso, dice nella sua deposizione la sua nipote Suor Maria Carmela, monaca nello stesso monastero, di aver mangiato con un santo. Da queste sante relazioni, se le Religiose ne ritrassero gran profitto per avanzarsi nella perfezione, Gerardo ottenne di potere aprire le porte dei sacri chiostri a molte donzelle che desideravano di consacrarsi a Gesù Cristo, la qual cosa era divenuta come la più santa delle sue passioni. Imperocchè, sapendo quanti siano i pericoli, che le giovanette trovano nel mondo, e quale il beneficio dello stato religioso, ardente, com’era, di cristiana carità, avrebbe voluto che tutte fossero da quei preservate, e di questo arricchite. Lo ripetiamo: non è questa la missione d’un fratello laico; ma egli la compiva, perchè Dio così voleva. 15 asini galoppo

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  2. Finalità e Base giuridica del Trattamento

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    È sempre possibile richiedere al Titolare di chiarire la base giuridica di ciascun trattamento all’indirizzo info@sangerardomaiella.it.

  3. Modalità di trattamento

    Il Trattamento dei Dati Personali viene effettuato mediante strumenti informatici e/o telematici, con modalità organizzative e con logiche strettamente correlate alle finalità indicate. Il Trattamento viene effettuato secondo modalità e con strumenti idonei a garantire la sicurezza e la riservatezza dei Dati Personali.

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  4. Luogo

    I Dati Personali sono trattati presso le sedi operative del Titolare ed in ogni altro luogo in cui le parti coinvolte nel trattamento siano localizzate. Per ulteriori informazioni, è sempre possibile contattare il Titolare al seguente indirizzo email info@sangerardomaiella.it oppure al seguente indirizzo postale Via Trinità 41, 85054 Muro Lucano (PZ).

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Ultimo aggiornamento 27/07/2021