San Gerardo Maiella
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Il diavolo valletto

Capitolo XIX

La crisi temuta dal vescovo Teodoro Basta cominciò a travagliare davvero il monastero di Ripacandida in sul finire del 1752. E noi la possiamo seguire, almeno approssimativamente, attraverso le poche lettere di S Alfonso alla madre Maria di Gesù; ma queste lettere presuppongono naturalmente le precedenti informazioni ricevute dalla Priora, sulla quale ricade; quindi, la responsabilità della valutazione dei fatti suggerita da quei documenti. Sembra, dunque, che in un primo tempo i Carmelitani, sollecitati dal vescovo, abbiano imposto di autorità le costituzioni e "il cerimoniale dell'Ordine, poi, davanti alla resistenza unanime e tenace delle suore, abbiano fatto marcia indietro, disinteressandosi completamente del monastero che poté tornare alle proprie costumanze. Contemporaneamente, deve esserci stato un tentativo del confessore, anche questo d'ispirazione vescovile, di ridurre la frequenza della comunione. E anche qui la resistenza .delle suore fece cadere ben presto le nuove disposizioni.

Questa resistenza era impersonata dall'intrepida Priora verso cui si appuntarono gli strali dei riformatori e di chi parteggiava per loro. Ella fu giudicata una fanatica, vittima della sua fantasia e delle suggestioni diaboliche. Alla stessa stregua furono giudicati i carismi e le rivelazioni di cui era favorita da Dio. Tali giudizi non potevano non influire negativamente sul morale della Priora che, come tutte le anime buone, era portata a sottovalutare le proprie qualità e a temere soverchiamente di se stessa.

Per sua fortuna, il vescovo aveva già abrogate le precedenti disposizioni sulla corrispondenza epistolare e lei potette, ancora una volta, ricorrere ai consigli saggi e illuminati di S. Alfonso, strenuo difensore dell'osservanza pura e semplice, senza attenuanti di sorta.

Questi, il primo dicembre del '52, così le scriveva : « Lasciate venire Teresiani, Domenicani ecc... e quanti vogliono; non vi partite da quello che vi ho scritto (Lettere, 1, 200).

E il seguente febbraio, ancora più energicamente: « Arroccatevi e state forti e dite risolutamente a Monsignore, al Teresiano, e a tutti, che voi avete professata la Regola di Santa Teresa e quella puntualmente, ad litteram, volete osservare; e niuno può allargarvi. Il Teresiano parlerà forse, perché così si è allargata la Regola per le Monache loro; ma voi non volete fare la Regola delle Monache, ma di Santa Teresa. E state forti, ché Gesù Cristo e Maria vi aiuteranno» (Lettere, 1, 211).

Col fervore dell'osservanza, egli voleva ristabilire anche l'uso della comunione frequente e intervenne presso il vescovo in questo senso : « Io ho fatto fracasso con Monsignore » (Lettere, I, 208), ma purtroppo senza risultato.

Di pari passo, rinsaldava lo spirito della madre Priora, sbattuto da tante prove : « Per quello che mi soggiungete che state con tanti timori e dubbi e che tanti Padri vi chiamano illusa e ingannata, mi consola più questo che se sentissi che aveste risuscitato dieci morti. Tutto ciò mi assicura che non siete illusa né ingannata... Questi Padri l'hanno fatto con buon fine servendosi della regola generale che le anime favorite bisogna umiliarle e tenerle sotto terra, acciò non cadano in superbia. Ma questa regola non va per l'anima vostra... Che paura c'è che il demonio vi inganni ? Che demonio, che demonio ? è Dio, è Dio che vi assiste e vi sta attorno, perché vi vuole tutta sua». (Lettere, I, 212-13).

Mentre il fondatore sosteneva l'eroica religiosa con tanta umana partecipazione ai suoi dolori, un altro redentorista affiancava da vicino l'azione morale del santo, portando nella controversia il proprio senso equilibratore e il proprio ascendente personale : il padre Fiocchi. Il suo successo fu enorme : la Priora e le suore credettero d'aver trovato finalmente l'uomo provvidenziale che poteva sanare tutti i loro mali e ristabilire la primitiva osservanza. Ripiene di commossa ammirazione, ne scrissero a Sant'Alfonso, chiedendolo, a gran voce, come confessore straordinario e patrocinatore della loro causa presso il vescovo, ma la risposta fu assolutamente negativa: «In quanto alla richiesta di accordarvi il Padre Fiocchi per istraordmario due o tre volte l'anno, questo come lo posso accordare se espressamente è contro la Regola ?... Non mi è permesso far cosa contro la nostra Regola». (Lettere, I, 210).

Il richiamo ai principi era inequivocabile: ma il santo aveva un senso pratico troppo sviluppato per non trovare una soluzione contingente che, salvando la regola, lasciasse una porta aperta all'opera del padre Fiocchi: « Io permetto e godo», scriveva un mese dopo la precedente alla stessa Priora, « che il Padre Fiocchi vi risponda in tutti i vostri dubbi, e gli permetto ancora che qualche volta anche venga a trovarvi». (Lettere., I, 212).

Così, senza averne la veste ufficiale, il padre Fiocchi divenne il consigliere e il protettore delle suore.

La sua azione fu essenzialmente conciliativa, intesa, da una parte, a strappare tutte le concessioni possibili all'autorità ecclesiastica, e, dall'altra a, riportare la calma nell'ambiente interno del monastero. E il duplice fine fu raggiunto, almeno parzialmente, fin dagli inizi dell'anno 1753. Infatti, il 23 febbraio Sant'Alfonso si congratulava con la madre Priora : « Mi consolo che state rimettendo l'osservanza. Fatelo e state forte». (Lettere, I, 210).

Ma, per arrivare a questo punto, c'era voluta la tenacia incrollabile del padre Fiocchi, che aveva dovuto scalzare, l'uno dopo l'altro, tutti gli ostacoli: primo, il verdetto dei Carmelitani che gravava, come una condanna, sulla Priora. Questo verdetto aveva dovuto produrre una dolorosa sorpresa anche sul vescovo se questi, nonostante la stima che nutriva per quei religiosi, s'indusse a riesaminare la faccenda insieme col padre Fiocchi di cui conosceva la prudenza e l'esperienza pastorale. Discussero a fondo la cosa, ma, quando erano sul punto di partire per Ripacandida, Monsignore ebbe un'idea che sconvolse tutti i piani precedenti. Pensò che, trattandosi di dare un giudizio su fenomeni che trascendevano l'esperienza e toccavano la sfera del soprannaturale, sarebbe stato meglio chiedere anche il parere di Gerardo. Egli, godendo degli stessi privilegi mistici della madre Maria di Gesù, avrebbe potuto dire una parola forse decisiva.

Il padre Fiocchi diede il consenso e spedì, a tutta velocità, un corriere a Lacedonia : in serata, Gerardo era a Melfi.

Seppe mai il santo il motivo della chiamata ? Crediamo di no. Né i due avevano interesse a rivelarglielo, né lui era uomo da domandarlo. Sapeva che il suo ufficio era di servire, e non trovò affatto strano d'essere stato chiamato per questo. A Ripacandida avrà parlato, come al solito, con la madre Priora, emulandone gli ardori verso Dio. Quando, dopo uno di questi colloqui, il superiore o il vescovo avranno fatto cadere, ad arte, in sua presenza, il discorso sulla religiosa, per provocarne un giudizio, egli sarà stato felice di esprimere la sua ammirazione entusiasta per quell'anima grande, posseduta da Gesù. Poi avrà ripreso il suo posto di umile servitore, soddisfatto dei disprezzi. Si racconta, a tal proposito, che mentre un giorno il p. Fiocchi s'intratteneva con le suore alle grate, vedendo entrare fratel Gerardo, lo cacciò via, dicendogli: « E tu che vuoi ? Passa via, faccia da diavolo ! ».

Poi, mentre egli si allontanava col sorriso sulle labbra, rivolto alle suore, soggiunse : « Ha la faccia di Gesù Crocifisso ! ». Tornarono a Melfi, soddisfatti di quello che avevano veduto e udito: poi il padre Fiocchi proseguì per Deliceto. Avrebbe voluto condurre con sé anche Gerardo, ma dovette cedere alle insistenze del vescovo che lo scongiurava di lasciarglielo ancora per qualche giorno.

Furono giorni indimenticabili per Monsignore che avrebbe voluto prolungarli all'infinito, ma si trovò di fronte alla decisione ferma e irrevocabile del santo. Invano addusse il pretesto del tempo cattivo e delle strade impraticabili per la pioggia dei giorni precedenti : ormai la data fissata dal padre Fiocchi era scaduta e bisognava ubbidire a ogni costo.

Pranzarono, poi il vescovo si ritirò nei privati appartamenti, confidando, come disse celiando ai domestici, nel buon senso di Gerardo. Ma Gerardo il buon senso lo aveva rimesso nelle mani dei superiori: perciò inforcò gli arcioni e si mise in cammino.

Un pigro solicello invernale si posava sulle colline, sui cocuzzoli bianchi di case, sulle serre giallicce e sui vigneti. Faceva quasi. caldo. Ma dai monti vicini avanzava una nuvolaglia bassa che radeva la terra, zuppa d'acqua, e qua e là allagata. La nuvolaglia avanzava, avanzava sempre, finché confuse cielo e terra con un colore aspro e pungente. Poi le prime gocce cominciarono a cadere.

Gerardo raggiunse un ponte sull'Ofanto, forse Ponte S. Venere e piegò a sinistra con l'intenzione di pernottare a Lacedonia. Lasciò la carrareccia, inoltrandosi per una pista fangosa, appena segnata tra le tamerici e gli arbusti. Camminò, camminò al buio, sotto la pioggia che infittiva sempre più. Credeva di avvicinarsi alla città e invece si trovò smarrito in un burrato franoso, al limite di una boscaglia di olmi e di salici, serrato alle spalle dal fiume che rumoreggiava paurosamente, come bestia ferita. I lampi squarciavano i lividi pantani e li rendevano più cupi. Che fare ? Dove andare ?

Mentre rifletteva, tra lampo e lampo, un'ombra minacciosa si drizzò davanti alla criniera del cavallo. Era un uomo e anche nella sua ammirazione entusiasta per quell'anima grande, posseduta da Gesù. Poi avrà ripreso il suo posto di umile servitore, soddisfatto dei disprezzi. Si racconta, a tal proposito, che mentre un giorno il p. Fiocchi s'intratteneva con le suore alle grate, vedendo entrare fratel Gerardo, lo cacciò via, dicendogli: « E tu che vuoi ? Passa via, faccia da diavolo ! ».

Poi, mentre egli si allontanava col sorriso sulle labbra, rivolto alle suore, soggiunse : « Ha la faccia di Gesù Crocifisso ! ». Tornarono a Melfi, soddisfatti di quello che avevano veduto e udito: poi il padre Fiocchi proseguì per Deliceto. Avrebbe voluto condurre con sé anche Gerardo, ma dovette cedere alle insistenze del vescovo che lo scongiurava di lasciarglielo ancora per qualche giorno.

Furono giorni indimenticabili per Monsignore che avrebbe voluto prolungarli all'infinito, ma si trovò di fronte alla decisione ferma e irrevocabile del santo. Invano addusse il pretesto del tempo cattivo e delle strade impraticabili per la pioggia dei giorni precedenti: ormai la data fissata dal padre Fiocchi era scaduta e bisognava ubbidire a ogni costo.

Pranzarono, poi il vescovo si ritirò nei privati appartamenti, confidando, come disse celiando ai domestici, nel buon senso di Gerardo. Ma Gerardo il buon senso lo aveva rimesso nelle mani dei superiori: perciò inforcò gli arcioni e si mise in cammino.

Un pigro solicello invernale si posava sulle colline, sui cocuzzoli bianchi di case, sulle serre giallicce e sui vigneti. Faceva quasi. caldo. Ma dai monti vicini avanzava una nuvolaglia bassa che radeva la terra, zuppa d'acqua, e qua e là allagata. La nuvolaglia avanzava, avanzava sempre, finché confuse cielo e terra con un colore aspro e pungente. Poi le prime gocce cominciarono a cadere.

Gerardo raggiunse un ponte sull'Ofanto, forse Ponte S. Venere e piegò a sinistra con l'intenzione di pernottare a Lacedonia. Lasciò la carrareccia, inoltrandosi per una pista fangosa, appena segnata tra le tamerici e gli arbusti. Camminò, camminò al buio, sotto la piog-gia che infittiva sempre più. Credeva di avvicinarsi alla città e invece si trovò smarrito in un burrato franoso, al limite di una boscaglia di olmi e di salici, serrato alle spalle dal fiume che rumoreggiava paurosamente, come bestia ferita. I lampi squarciavano i lividi pantani e li rendevano più cupi. Che fare ? Dove andare ?

Mentre rifletteva, tra lampo e lampo, un'ombra minacciosa si drizzò davanti alla criniera del cavallo. Era un uomo e anche nerboruto. S'intuiva dalla maschia voce che finì in una risata sardonica « Ecco cosa guadagni a far sempre di tua testa! Hai disubbidito al superiore e al vescovo. Sei in peccato e Dio non ti può perdonare ».

In un baleno, Gerardo corse col pensiero al padre Fiocchi, a mores. Basta: riudì le loro parole. Le soppesò davanti a Dio. Le aveva violate ? Era mai possibile ? La terra gli tremò sotto i piedi. Ma fu un momento; una luce soprannaturale lo illuminò ; vide e comprese: aveva di fronte il demonio.

Allora ravvolse il capezzone nel pugno e glielo gettò addosso, dicendogli: « Brutta bestia, io ti comando in nome della SS. Trinità e di Maria Santissima, di condurmi sano e salvo fino a Lacedonia ». Il demonio, a testa bassa, ubbidì.

Mentre cavalcava con quella strana compagnia, Gerardo ripensava forse a tutte le volte che si era azzuffato con lui. Dagli scontri nella cattedrale di Muro, a quelli più frequenti e recenti nel collegio di Deliceto. Una volta il demonio l'aveva abbracciato, stretto stretto, in mezzo al corridoio, come per soffocarlo; un'altra volta aveva minacciato di squartarlo ; un'altra volta, mentre faceva la cucina, gli si era buttato addosso in forma di mastino rabbioso, arrotando le zanne e sospingendolo verso il fuoco. Gerardo aveva risposto con lo scherno alle minacce: « Voi potete abbaiare, ma non farmi alcun male, perché il mio Dio mi aiuta».

Anzi una volta - questa la racconta il Tannoia - vi era festa a Deliceto e si erano raccolti davanti alla chiesa capannelli di pastori e mercanti che parlottavano tra di loro con la giacca gettata sulla spalla e i berretti tirati sull'orecchio.

In disparte si notavano due zerbinotti eleganti, coi capelli inanellati e le lattughe bianche sul petto. Si movevano in silenzio come due sentinelle e nessuno sapeva che facessero e donde fossero venuti. Solo Gerardo lo seppe, perché, dalla porta della chiesa, gridò loro : « E voi che fate qui ? Andatevene per i fatti vostri! » E all'istante sprofondarono nell'inferno.

Sempre, dunque, più che vittorioso, il santo era stato un trionfatore. Ma ora la sua vittoria era più completa: il diavolo diveniva suo valletto. Eccolo lì, marciare a testa bassa davanti al cavallo, docile, ubbidiente e timoroso.

A un certo punto Gerardo credette intravedere la sagoma della chiesa della SS. Trinità e le prime case di Lacedonia. Allora congedò la guida e spronò verso il portone dell'amico Cappucci : erano lo dieci di notte.

Don Costantino sedeva accanto al caminetto con la famiglia ; le ultime vampe si spegnevano ed, egli stava per andare a letto, quando udì un colpo al portone. « E il vento », pensò, continuando la sua conversazione. Ma il colpo si ripetette più forte.

« Chi sarà a quest'ora ? ». Aprì la finestra, investito dalla pioggia e dal vento.

« Chi è ? ». Non si vedeva la mano davanti agli occhi. « Chi è ? », ripeté con la voce mozzata dal vento.

« Sono io, fratel Gerardo ».

« Figlio mio, con questo tempo! », e si precipitò con la lanterna, mentre il figlio maggiore, Francesco, prendeva in custodia il cavallo e la signora Emanuela gettava nuova legna sul fuoco.

Quando Gerardo si fu accomodato sulla scranna, don Costantino non poté fare a meno di squadrarlo da capo a piedi: era bagnato come un pulcino, con l'estremità della veste coperta di fango.

« Caro fratello, come mai a quest'ora, e con questo tempo ? Solo un diavolo poteva aiutarti a rintracciare la via, un diavolo o un angelo del cielo ».

« Questa volta è stato un diavolo ! », rispose ridendo.

« Bene, bene, sentiamo! », soggiunse don Costantino. Intanto il figlio maggiore era tornato e la famiglia si era raccolta attorno al focolare.

Gerardo cercò di stornare il discorso, ma don Costantino, tra il serio e il faceto, gli disse: « Caro Gerardo, in convento tu ubbidisci al superiore, ma qui faccio io da superiore. E devi ubbidire a me ».

Solenne sul suo seggiolone a bracciuoli, avvolto in una palandrana, sembrava davvero l'abate di un monastero.

Tutti risero, non il santo. La parola ubbidienza, anche pronunziata per celia, conservava per lui tutta la sua efficacia.

Piegò, dunque, il capo e parlò.

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Ultimo aggiornamento 27/07/2021