San Gerardo Maiella
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Il tesoro dell'umile

Capitolo IX

Meravigliosa la storia dei santi! Non tanto per i miracoli che segnano le tappe del loro cammino nel mondo, quanto per l'opera occulta della Provvidenza che li innalza, a loro insaputa, all'ammirazione degli altri. Si concreta così, di secolo in secolo, quell'esaltazione degli umili, già cantata dalla Vergine nel Magnificat. Il loro spirito, svuotato di se stesso, si dilata in Dio e si esalta in Lui. E Lui in loro.

Da una decina di mesi, Gerardo aveva imboccata la via dell'ubbidienza cieca e operosa e dell'umile nascondimento. Appariva all'esterno nell'allegria schietta e scherzosa che sollevava, a proprie spese, i confratelli. Anche ora, come a Muro, c'era chi lo prendeva per fatuo e nessuno sospettava quali tesori di grazia portasse nel cuore, ma un fatto nuovo lo rivelò all'attenzione dei confratelli.

La sera del 10 marzo, il padre Cafaro, reduce da un lungo giro di predicazione, cominciò un corso di esercizi spirituali a sacerdoti e gentiluomini in preparazione della Pasqua. La comunità intera si mise a loro disposizione. I Padri li accompagnavano in coro, in giardino, in refettorio, sempre pronti a consolarli ed accogliere i loro segreti qualche volta dolorosi. I coadiutori prestavano i loro servigi con umiltà cordiale e disinteressata.

Gerardo ebbe l'ufficio di refettoriere, ma egli, come al solito, non si limitò al proprio lavoro, volle dare una mano anche agli altri; fedele al nuovo programma del « Lasciate fare a me ». Così una mattina entrò in refettorio piuttosto tardi. Senza perdersi di coraggio, cominciò subito a spazzare, ordinare e lucidare ogni cosa, guizzando tra le tavole e lanciando occhiate furtive ai quadri appesi alle pareti, sotto la volta massiccia.

Qui una Madonna saliva sulle nubi in un cielo di rosa e di perla ; lì un santo, emaciato e consunto, si percuoteva tra ombre cupe e taglienti.

Gerardo continuava a tessere giri e a lanciare occhiate d'amore, finché, rifattosi sulla porta, non s'imbatté in un'immagine dell'Ecce Homo squarciato e contratto, la canna tra le mani annodate. Fu un attimo e si trovò in ginocchio, corpo rigido, pupille immobili: le braccia aperte reggevano ancora forchetta e tovagliolo.

Un fratello che entrava lo scosse, lo chiamò per nome una, due, tre volte : invano. Spaventato, corse a darne avviso al padre Cafaro che aveva terminato l'istruzione del mattino. Questi gli comandò mentalmente di tornare ai sensi ; poi, con un violento rabbuffo, lo rispedì al lavoro.

Qualche giorno dopo, il fenomeno si ripeté : Gerardo, uscito dal coro, aveva raggiunto il pianerottolo che divide le due rampe di scale, quando i suoi occhi s'incontrarono con quelli della Vergine Immacolata, circonfusa della luce mattinale che penetrava dalla finestra aperta sul bosco vicino. Anche allora si trovò in ginocchio, immerso in un sonno tanto profondo da non sentire neanche il passo cadenzato degli esercizianti che scendevano in refettorio, e anche allora l'intervento del padre Cafaro fu decisivo.

A mano a mano che si avvicinava la settimana santa, cresceva il suo ardore di sofferenza e d'immedesimazione integrale con Cristo, fino a divenirne una copia viva e parlante. La sera del giovedi santo entrò in uno stato di agonia : fu costretto a mettersi a letto in una crisi di prostrazione e languore che gli tolse il colore, la serenità, la gioia. Non accusava dolori specifici, ma tutta una sequela di dolori acuti e lancinanti come se un carnefice interno lo flagellasse per tutto il corpo e un altro gli ricalcasse la corona di spine sulla testa. La sera del venerdì santo sembrò un cadavere; sentiva i chiodi trapassargli le mani e i piedi, la lancia aprirgli il costato ; poi, con gli squilli delle campane a gloria, un nuovo calore sembrò rifluire nel suo corpo disfatto. Si credette un episodio passeggiero, ma il prossimo giovedì si riprodusse con gli stessi fenomeni e così di seguito; con una regolarità cronometrica. Intanto si intensificavano le estasi : fu osservato estatico perfino mentre mangiava, con la forchetta a mezz'aria.

Il padre Cafaro sul principio lasciò correre, limitandosi a mortificarlo di tanto in tanto ; poi lo sgridò in privato e in pubblico come di colpa contro il buon ordine esterno. In ultimo, gli ingiunse di farla finita con siffatti fenomeni. Gerardo ubbidì con la schiettezza di un bambino e andò ai piedi di Gesù a chiedere la grazia d'esser lasciato nell'oscurità della vita comune. Più volte nel lavoro, quando era interiormente chiamato, fu udito gridare, dimenando le mani davanti al viso : « Non ti voglio ! Non ti voglio ! ».

Solo in una cosa il padre Cafaro non gli metteva mai limiti nelle penitenze. L'irsuto crocifissore di se stesso non amava le mezze misure nemmeno coi penitenti. Bisognava letteralmente crepare. E Gerardo non era uomo da tirarsi indietro. Anzi arrivò a tali eccessi che saremmo tentati di non credervi se i testimoni non si chiamassero Petrella, De Robertis, Muscarelli, Giovenale, tutti gran servi di Dio e morti in concetto di santità. Aveva detto il suo direttore: « Per farsi santi bisogna agonizzare ed agonizzare sempre, attendendo a mortificarsi in tutto, nel cibarsi, nel bere, nel dormire, nel sedere ed ogni altra cosa». Gerardo era solito dire : « Una volta sola ho l'occasione di farmi santo ; se la perdo, la perdo per sempre». Quindi abbracciò alla lettera la via segnata dal suo maestro. Se doveva sedersi, si accomodava sul taglio della sedia; se doveva riposare, si gettava all'estremità del letto con la testa all'ingiù. Ottenne di mangiar solo una o due once di pane e di cospargere di assenzio la pietanza. Si preparò un infuso di erbe amarissime e lo sorseggiava anche durante le calure estive.

La sua camera fu per molto tempo un buco largo poche spanne, una feritoia per finestra, il soffitto tanto basso che doveva entrarvi quasi carponi per non dar la testa nelle travi. Dentro vi rizzò due cavalletti, li armò di tavole e vi stese sopra un saccone ripieno di pietre e cardi smozzicati. Per guanciale, vi pose due embrici. Tutto l'arredamento : una sedia, senza tavolino. Poi cavò dai sotterranei della chiesa quindici, venti teschi di morto e li dispose intorno alle pareti. A sera, quando accendeva il mozzicone di candela, sembrava che i teschi si muovessero in una danza macabra. In tale compagnia passava le notti, spesso lasciandosi andare sopra una fascia di punte d'acciaio e premendosene un'altra sulla fronte.

Ben presto questa tana divenne famosa: i Padri più austeri andavano a visitarla per edificarsi; personaggi illustri, come vescovi e prelati, di passaggio per Deliceto in occasione di esercizi spirituali, vi si recavano per curiosità e ne ripartivano inorriditi. Eppure egli la trovava tanto bella che non cessava di baciarla e chiamarla il suo paradiso.

Che più ? Raccontano Padri venerandi che il cantuccio dove si dava la disciplina, due volte la settimana, era cosparso di sangue ed egli stesso ha raccontato al padre Petrella che spesso si rifugiava in uno stanzino remoto senza luce e li si flagellava violentemente con punte di ferro per tutto il corpo, finché i piedi non nuotassero nel sangue.

Qualche volta la sua sete di martirio ha rasentato addirittura la follia. Un giorno dispose davanti alla bocca del forno una catasta di legna, vi diede fuoco, poi si cacciò dentro al forno stesso, per sentirsi soffocare dal fumo e dal calore. Accorse fratel Nicola, accorsero gli altri fratelli e gli gridarono di uscire. Invano. Finalmente gli giunse la voce tonante del padre Cafaro : allora sgusciò fuori a pecoroni e si fermò, mogio mogio, vicino al superiore che faceva ogni sforzo per controllare i propri nervi.

« Ma perché hai agito così ? Che ti è saltato in testa ? ». Ed egli a capo chino: « Volevo patire un poco per Dio ». Questa sete di penitenza andava di pari passo con la mortificazione interiore. Cercava di abbassarsi, di umiliarsi sempre e dovunque, con la gioia di assomigliare al suo Maestro, di non contare più nulla. Era felice quando poteva spropriarsi realmente di tutto; quando poteva rimanere senza stanza, senza cibo ; quando poteva stendersi al suolo e abbrancarsi e adeguarsi alla terra; quando poteva gettarsi a dormire sull'impiantito dei luoghi comuni o in un sottoscala. Perciò sorrideva riconoscente al padre Cafaro che non gli risparmiava sfuriate e strapazzi, e ai confratelli che lo pigliavano in giro per le sue stravaganze.

Così il noviziato procedeva allegramente, in un ritmo sempre più intenso di vita spirituale, quando un nuovo avvenimento venne a porre il sigillo alla dura prova d'ogni giorno. Il 12 aprile del 1750, seconda domenica dopo Pasqua, doveva iniziarsi la missione di Melfi. Era una missione particolarmente importante perché la città era la capitale del Vulture e perciò vi partecipava lo stesso fondatore.

Il giorno prima a Deliceto avvenne uno spettacolo solenne. Tutta la comunità si riversò in portineria a salutare i missionari in partenza. Salivano sui muli allineati lungo il muro, si aggiustavano i Crocifissi sul petto, la zimarra sulle spalle e scendevano lentamente lungo la mulattiera del Carapelle verso la pianura, recitando l'itinerario dei chierici. Anche il padre Cafaro parti: egli chiudeva il piccolo corteo, sempre primo al lavoro, ultimo al riposo. Partì il padre Muscarelli, nonostante i suoi sputi di sangue; partì il padre Giovenale, il padre Petrella, il padre Scibelli, il padre Tortora, tutti divorati dallo stesso fuoco di conquista.

I pochi rimasti chiesero la benedizione al superiore e promisero preghiere sui loro lavori apostolici. Li seguirono per un piccolo tratto, agitando le mani, finché la nera comitiva non disparve alla svolta del torrente. Allora si rinchiusero in casa per continuare la vita comune. Il più anziano prendeva automaticamente la responsabilità del comando, purché il superiore non avesse disposto altrimenti. Ma allora non vi era possibilità di scelta, perché era rimasto un solo corista: il padre Criscuoli. Il resto della comunità era formato da uno studente di passaggio: il Tannoia ; un giovane sacerdote secolare, venuto per sperimentare le proprie forze: il Rizzi ; e pochi fratelli laici tra cui Gerardo.

Il padre Criscuoli fu dunque superiore interino e si dette da fare per esercitare la sua carica. Aveva ingoiato tanti rospi negli anni precedenti che non gli parve vero di potersi rifare su qualcuno.

Questo qualcuno fu naturalmente il più debole, il più indifeso: Gerardo.

Finora il Criscuoli aveva coperto il suo carattere amaro, ombroso, irritabile, orgoglioso, dietro un velo di misantropia che lo appartava dagli altri e gli dava tempo di rimuginare i pretesi torti ricevuti. E si era talmente esaltato nelle sue elucubrazioni solitarie da credersi un perseguitato da tutti. Motivo per cui, dopo cinque anni di questa vita, vittima della sua fantasia e delle sue allucinazioni, uscirà dall'Istituto con vantaggio dei confratelli e forse anche suo. Ma intanto, per un mese circa, divenne il martello del povero Gerardo.

Egli non poteva neanche respirare senza suscitare la sua ira e il suo dispetto. Trovava da ridire su ogni azione, su ogni atteggiamento. Anche la serenità della vittima, quel riso che esplodeva dopo ogni mortificazione, lo mandava in bestia. Se poi vi avesse intraveduto l'ombra di una negligenza, ed era possibile in un essere astratto come Gerardo, allora apriti cielo ! L'obbligava a strisciare con la lingua venti, trenta volte sulla polvere e sul fango fino a lasciarvi striature di sangue; l'obbligava a mangiare in ginocchio o seduto sul pavimento di calcestruzzo, quando non gli risparmiava in tutto o in parte, la fatica del mangiare, lasciandolo a pane e acqua o con, la sola minestra. In ultimo, non riuscendo a fargli perdere la calma abituale, giunse a privarlo della comunione. Ma anche in questo s'ingannò : Gerardo con la stessa tranquillità con cui si rialzava da terra con gli abiti sporchi e la lingua irriconoscibile, sapeva rimanere, come il pubblicano del Vangelo, lontano dall'altare, percuotendosi il petto per la sua indegnità. Pensava: «Dio mi respinge per i miei peccati. Lui vuole così, sia fatta la sua volontà». E taceva. Ma i confratelli non potevano tacere e mormoravano contro il superiore spietato. Anzi qualcuno se la pigliava perfino contro il povero perseguitato che non sapeva mostrare i denti. Lo stesso Tannoia si lasciò sfuggire questa riflessione : « O costui è un pazzo che non capisce le mortificazioni che gli si infliggono senza motivo, o è un santo, giunto a un grado eminente d'amor di Dio».

Finalmente verso la metà di maggio, col ritorno dei Padri dalla missione, il Criscuoli tornò a rimuginare nell'ombra sui suoi nemici e i suoi malanni, con soddisfazione di tutti, ma non di Gerardo. Questi avrà forse ripetuto ancora una volta ciò che disse per la morte di monsignor Albini : « Ho perduto l'amico migliore! ».

Intanto giungevano in casa due aspiranti della provincia di Lucera : Sebastiano Ricciardi e un certo Cappelletta. Il Ricciardi era già stato a Santa Maria della Consolazione qualche tempo prima, ma terrorizzato dalla vita che vi si menava, era fuggito a precipizio. Non pensava certo di ritentar la prova, quando una mattina era venuto a salutarlo l'amico Cappelletta : « Addio, vado a Deliceto a farmi missionario!». A quel nome si era sentito ridestar gli antichi spiriti apostolici e, impetuoso come sempre, aveva esclamato : « Vengo anch'io ! ». Insieme si erano messi in viaggio.

Ma appena varcarono la soglia del collegio, ebbero l'impressione che si fosse chiusa alle loro spalle la porta di una prigione. Non facevano che guardare sospirando la pianura di Puglia ed escogitare pretesti per giustificare il ritorno in famiglia. Perciò il padre Cafaro affrettò la loro partenza per Ciorani dove allora si trovava il noviziato dei coristi : più lontani dalla patria, sarebbero stati meno tentati di nostalgia. Gerardo fu incaricato di accompagnarli.

I tre raggiunsero coi muli il ponte di Bovino dove passava la carreggiata per le Puglie, la Basilicata e la Campania. Li attendeva la diligenza coi postiglioni già pronti e presero posto sulle panche di legno, sotto il sole già alto. Giunsero a sera all'osteria della Pontarola, una delle stazioni fissate per passarvi la notte, essendo pericoloso inoltrarsi a quell'ora per le campagne infestate dai briganti. Si accomodarono tutti insieme in uno stanzone basso e lurido, sui sedili allineati lungo le pareti, o accanto alle tavole nere, lastricate di mosche. I più fortunati si erano già provvisti di paglia per stendervi le membra spossate dal viaggio.

I due chierici, appena seduti, puntarono i gomiti sulla tavola, taciturni e indispettiti, col pensiero alle famiglie lontane; e Gerardo si mosse a servirli, ordinando la cena. Si fece avanti una ragazzona bruna con qualche cosa da mangiare. Gerardo l'aiutò con la solita grazia e giovialità, cercando di eccitare il buonumore nei due giovani sempre più ingrugniti. Aveva tanto brio, tanta freschezza di movimenti e di parole che la ragazza ne fu conquistata.

Da diversi anni ella aiutava il babbo e ne aveva visti di avventori ! Scaltri, volgari e brutali, con lazzi sguaiati sulla bocca e basse voglie negli occhi. Nessuno aveva mai, neppure lontanamente, assomigliato a questo giovane semplice e buono, pallido e sognante. Anche la strana foggia di vestire lo rendeva straordinario. E lo guardava e lo spiava a distanza e lo sognò ad occhi aperti tutta la notte. Al mattino, quando già i cavalli scalpitavano sulla strada e Gerardo si faceva avanti per saldare i conti, la ragazza, fattasi di bracia, ebbe l'ardire di rivelargli il proprio amore e la propria decisione di sposarlo.

Gerardo le troncò la parola in bocca con un sorriso: «Oli» disse, « mi dispiace, ma io ho trovata una sposa più bella, molto più bella di te». E, scorgendo in lei un certo dispetto, soggiunse «Mi sono sposato con la Madonna».

Al terzo giorno, giunsero a Ciorani : ma i due chierici - lo confesserà candidamente il Ricciardi - credettero d'esser giunti nella valle di Giosafat. Tanto erano neri di rabbia! Dopo un breve riposo, proseguirono per la vicina città di Pagani dove Sant'Alfonso li avrebbe esaminati. Fu allora che il Ricciardi ebbe uno di quei colpi di fulmine che cambiano, di punto in bianco, il corso di una vita. Come se un velo gli fosse caduto dagli occhi, quella vita religiosa che finora gli era sembrata tetra e spaventosa, gli apparve all'improvviso circonfusa di bellezza e di eroismo. Restò in Congregazione e divenne un apostolo. Il Cappelletta invece tornò in famiglia.

Mistero della grazia certamente, ma la grazia, è lecito supporlo, ebbe un intercessore potente presso Dio : Gerardo Maiella. Egli con la sua serenità, fomentatrice di gioia, era stato per i due chierici, l'angelo del conforto. Ma un angelo che si eclissa appena compiuta la sua missione. Giunto infatti a Ciorani, mentre si diede un gran da fare per preparare le stanze ai due novizi, seppe poi tirarsi in disparte e sfuggire all'attenzione di tutti. E se qualcuno gli badò, lui avrà avuto modo di rispondere che non aveva bisogno di nulla, che era ben provvisto e sistemato. Così rimase senza camera e senza letto.

Quando scese la notte e gli altri si furono ritirati nelle loro stanze, egli se ne andò nella stalla, si stese accanto alla mucca, sullo strame, tranquillo come sempre. E perché avrebbe dovuto offendersi ? Chi era lui ? Si meritava di meglio ?

E ringraziò il Signore.

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Ultimo aggiornamento 27/07/2021