San Gerardo Maiella
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24 Gennaro

SAN FELICIANO VESCOVO DI FULIGNO

Nella ricca e popolosa Umbria, che nei primi secoli del cristianesimo era tuttora frequente in romani municipii, sorgeva lungi due miglia appena da Fuligno per attestato anche di Plinio e Strabone, l'antico Foro-Flaminio, ove nel 159 dell'era nostra nasceva da nobili e cristiani genitori Feliciano. Svegliato d'ingegno, candido di costume, apparò le umane lettere tra suoi, e poiché l'Evangelio attraeva già nel secondo secolo l'attenzione de' dlotti e filosofi, e gli uomini più illuminati si convertivano, tenendo conto di Platone nell'atto stesso che rigettavano Aristotele, Feliciano recatosi a Roma avanzò ben presto gli anni col senno, ebbe l aurea in più scienze, venne fra i maggiori letterati romani, e zelò ad un tempo caldissimo l'onore di Cristo e le pratiche tutte del cattolicismo. Fervente nella preghiera, amorevole co' suoi fratelli, rispettoso co' provetti, conversevole co' giovani, evitava a tutt'uomo il consorzio de' cattivi, e si conformava in vero modello di cristiana virtù. Ne giunse il grido al santo pontefice Eleuterio, che chiamatolo a sé, ed ordinatolo cherico, poi sacerdote, lo volle suo intimo segretario e consigliere, e seco lo fece assidere a mensa quasi soprastante agli altri famigliari.

Ma non era questo l'officio cui chiamato veniva dal Dispositore supremo, e Feliciano accomiatandosi dal suo vicario tornava al Foro-Flaminio, apostolo de' propri concittadini. Se non che le virtitudi lui destinate a non esser nascoste nel Signore, furono nel 197 prescelte dal clero di Fuligno e dall'acclamazione del popolo a brillar su quella cattedra vescovile vedovata del proprio pastore, e l'africano san Vittore papa, che era stato seco presso l'antecessore fra le consuetudini più care della vita, lo confermò, lo consacrò, e tanto se l' ebbe caro ed accetto, che lui volle del pallio arcivescovile decorato, lui all'esercizio del pontificale ministero con facoltà di consecrar vescovi in tutte le province a Fuligno prossime autorizzava, lui alla distruzione del politeismo qual confratello carissimo in tutti modi accendeva. Nè vani riuscirono tanti estraordinari poteri, nè manchevoli tornarono tante speranze, che Feliciano venendo fra suoi preceduto dalla fama ed onorato con ogni modo di riverenza là donava acque battesimali ed atterrava delubri, qua ordinava chierici ed ergeva templi al suo Dio. Lo vedeva Terni consecrar Vescovo Valentino uno de' suoi nobili figli, lo udiva Spoleto predicar ardentissimo operando portenti, veniva Trevi per lui alla fede verace, e Fuligno, la sua Fuligno che lo attendeva, lieta moveva ad incontrarlo fuori della città nel giorno dell'Uomo-Dio risorto, mentre gl'infermi fratelli suoi tornavano sani ad una luce, che dicono scesa dal ciclo in quel giorno al sermoneggiare di Feliciano. E qui ci dichiariamo insufficienti a ridire lo zelo cristiano e la sapienza dei santi, che guidarono quell'unto del Signore tutto al bene dell'amato gregge, di cui fu pastore verace, secondo i desideri dell'apostolo: ricorderemo soltanto, che là dove sacro a Pallade sorgeva profano un altare, per le opere e per gli averi di lui un tempio si consecrò al Precursore di Cristo, e quello scelto a sua tomba ed a sua cattedrale, quello riedificato poi e tornato ancora nuovamente ai dì nostri più maestoso, dedicarono i posteri al venerato nome di lui ch'elessero in protettore.
Roma intanto, che fin dai primi tempi e per decreto ancora di Pio I soleva celebrare la Pasqua nella domenica dopo il 14° giorno della luna di marzo, Roma vedeva sorgere nel di lei seno stesso un tal sacerdote, Blasto, che seguendo le chiese dell'Asia minore use a celebrarla nello stesso 14° giorno della luna, qualunque dì fosse della settimana, traeva al suo partito non poca gente. Ridestata era così una famosa quistione trattata sotto il pontificato di Aniceto col dotto san Policarpo da Efeso entro i limiti per altro di semplice varietà (2) e non a modo di formare , siccome osava il Blasto, uno scisma. Ragunava quindi Vittore circa il 198 nella stessa Roma un concilio, e Feliciano, che nell'Umbria soprastava per santità e dottrina agli altri vescovi e sacerdoti, Feliciano in cui sì bene a ragione confidava il pontefice, recavasi a sedere fra quella dotta radunanza, che decretando pella romana disciplina ebbe a sé concordi li concili di Cesarea del Ponto, di Corinto, di Lione; rispettabili autorità cui pur dovevan cedere gli asiatici capitanati dall'efesino Policrate.
Tornava appresso lo zelantissimo agli amati suoi Umbri, fra' quali era quotidiana coll’esempio e colla voce la missione di lui, che cercava tutto
all'intorno per città, per castella, per borgate, la salvezza degli agnelli, la salubrità de' loro pascoli ne' torbidi anni, in cui la prepotente audacia delle sfrenate legioni, disponendo a posta loro del diadema, lasciava in quei giorni per lo più brevi d'impero alcun d1e di tregua alla religione de' padri nostri.
Che se anche nel regno dei due Severi riesciva tremenda al cristianesimo la carica di prefetto del pretorio, una delle maggiori nello stato, e per Plauziano ai tempi di Settimio, e per Domizio Ulpiano nei giorni di Alessandro, se Massimino chiamava alle croci ed alle fiere del circo con una quinta proscrizione li veri credent; Feliciano non per questo ristava dalle sue predicazioni, e calcando le are rovesciate e gl'idoli infranti faceva di ambi glorioso scabello al trono del Nazareno. Lo batteva di fatti e lo cacciava da Assisi Lucio Flavio proconsole? ed egli umile e paziente riparando fuori delle mura ergeva presso antico mausoleo il vessillo della croce. Lo incarcerava altro di quei feroci, lo ingiuriava in Narni? ed egli benedicendo il suo Dio vi riportava trionfo sull'ornai vacillante politeismo. Veniva frattanto imperatore Filippo Arabo, e sollevando il pugnale tuttora grondante del sangue di Gordiano non si macchiava almeno con quello de' cristiani ad essi ed alla chiesa giorni meno tristi recando fino a levarsi voce di aver egli dato suo nome alla religione nostra santissima. Ne gioiva in cuore il santo vescovo, e tutta sentendo l'importanza del ministero non lasciava isfuggirsi il buon destro per correre in altre province a levare quella parola, che fu sempre feconda semenza divina a chi l'accoglie in ben disposto terreno, intimando ai figli di questo culto puro ed immortale il visitare pupilli e vedove nella loro tribolazione, e conservarsi puri da questo secolo. Trascorreva ad Iguvio, e leggi bandendo assai più liete ed importanti di quelle serbate per lei nelle antiche tavole, salutato veniva da Pistoia, ed altri luoghi dell'Etruria moderatore novello; visitava Perugia consecrandovi vescovo il santo Decenzio, e sul celebre Trasimeno lasciava congiunto al nome dell'africano oppressore di Roma conquistatrice quello di lui trionfante su Roma pagana. Calava appresso a Nocera, a Tadino, e chiamando sulle vette degli Appenini gli abitatori di Sentino, Attidio, e Tufico alle glorie cristiane, che nei futuri tempi i santi Rorr:.ualdo, Francesco e Silvestro avrebbero magnificate sulle
loro ruine risorte nella commerciante Fabriano, recava lieto al sottoposto Piceno la credenza del vero Dio, talché Jesi, Senogallia, Ancona, Umana, Osimo, Cingoli, Recina, Fermo, ed Ascoli lo adoravano devoti. Di là passava negli Abruzzi, e Teramo, Amiterno, Sulmona, Benevento volonterosi aggiungevano fiori novelli alla corona che Feliciano intrecciava al suo Signore. Fedele seguace degli apostoli, e spregiatore quindi magnanimo delle glorie, dei plausi, degli agi, abbandonava sollecito le sue conquiste al braccio di quel potente nel cui nome le avea guadagnate, e povero, pedestre tornava per la Sabina alla sua diletta Fuligno, premuroso non tanto di chiamare per via, ed in Carsoli, ed in Rieti nuovi seguaci allo stendardo della croce, quanto di preparare in Norcia, intitolando la basilica Argentea alla Vergine madre del suo diletto, una degna culla al famoso Cenobita di Monte Cassino.
Ma poiché i cristiani, al dire di san Cipriano, si appressavano a mandare in oblio la condotta degli apostoli, scemando del primitivo fervore nel crescere di numero, così il Signore, che siccome l'oro tra il fuoco purga li suoi fedeli tra le sventure, permetteva che nella Mesia cingesse la corona dei Cesari un Decio generale, da cui verrebbe alla chiesa una settima e terribile persecuzione. Correva allora l'anno 250 dell'era nostra, e preceduto dal suo editto di morte mandato orribilmente ad effetto giungeva quel crudele imperatore a Fuligno, prendendovi stanza per alcuni giorni col poderoso suo esercito esteso fino a Bevagna e sul Clitunno, e rilegava in quelle prigioni li molti cristiani, fra i quali li santi Addone e Senne della Persia, che non dolce ed umano, siccome il dissero Zosimo ed Eutropio, ma fastoso e sanguinario menava seco innanzi al suo carro legati. Misero! che ignorava siccome il dardo dei Goti attendesse fra le paludi tanta esecrabile sua crudeltà.
Feliciano per altro, l'uomo forte in colui che lo avvalora, l'uomo incanutito nelle ecclesiastiche veglie, non isbigottiva a quei matti furori, soccorrendo anzi con ogni modo li pazienti ed invitti confessori di nostra fede, e rendendo loro colla sua presenza e con vera operosa carità cristiana meno pesanti le imposte catene. Se non che li cortigiani, intenti sempre a spiare quanto piaccia ai loro principi, gareggiarono nel riferire a Decio lo zelo del vescovo Fulignate e le geste sue contro il paganesimo, chiamando sul venerabil capo di lui, che ricusò in faccia al monarca di sacrificare ai numi bugiardi i tormenti dell'eculeo, delle unghie di ferro, e delle lamine roventate. Vedeva Fuligno tutta sulla piazza, chiamata poi Staffo, lacerar le membra di lui, che dolce in viso, amorevole a suoi persecutori, non si logorava in odi impotenti e rei, figli di cuori sacrati allo spirito di parte, e nemici di quel culto ch'ebbe a prima legge l'amore. Addoppiata nei martirii la di lui costanza, ordinava l'implacabil pannonico tiranno che ricondotto fosse alla carcere, ove animando i soci nella proscrizione, altra ne toccava segregata ed oscura con pena la vita a chi lo soccorresse di cibi o conforto. Che possono per altro i voleri degli uomini rimpetto a quei decreti di cui mai sillaba si cancella? Messalina, vergine di Fuligno, educata da Feliciano nelle pratiche del vero Dio, pura di cuore, forte di mente, non paventava come altri le minacce dell'augusto, ma, dividendo preghiere e lagrime fra il tempio e la carcere, giovava nell'uno allo spirito, provvedeva nell'altra al corpo dell'amato suo maestro e pastore, sovvenuto per lei di scarso vitto. Oh! quali non erano allora i santi e dolci colloqui di quell'anime cristiane; come non s'incuoravano l'un l'altra a quella fine che lieti attendevano ! Quando coltili in quei favellari gl'imperiali ministri, poi che non venne lor fatto sedurre la magnanima genuflessa già in atto di offerirsi allo sposo celeste, lei afflissero con vari e crudeli martiri, per modo, che sugli occhi stessi di Feliciano volò prima fra la bella schiera dei santi Folignati a ricever la palma della professata fede. E qual fu allora il tuo cuore, quale il consiglio, o santo e venerando suo padre?
-Ma già l'aurora del 24 gennaro spuntava foriera alla partenza di Cesare, già in bella ordinanza difilavano verso Roma le sue legioni, e su carro dorato mosso da cavalli procedeva Decio con li suoi prigioni, ai quali aggiunto aveva Feliciano. Logoro dagli anni, rifinito dai patimenti, a mala pena fra gl'insulti e le percosse simile al suo Cristo nel salire il Golgota, avanzava quell'apostolo di tanti popoli, né Dio, che mirabile si mostra ne' santi suoi, ristava in quel mezzo dall'operar per lui luminosi portenti, quando giunto a Monte Rotondo , chiamato oggi Mormongone, piegate le ginocchia a terra, volti gli occhi al cielo, salì a rivedere presso il seggio dell' Agnello immacolato tanti generosi chiamati da lui a quel beatissimo ovile. --
Era allora una pressa, un correre di Umbri sopra il santo amato corpo, e lo insultante sprezzo, in che abbandonollo il tiranno, cangiato ben presto in baci religiosi, in ·lagrime tenere , in ossequi devoti, mosse ad erigervi in ricordanza di tanto avvenimento una chiesa a lui intitolata, che dopo 16 secoli richiama ancora la devozione de' suoi Fulignati. E qui non crediamo del nostro scopo o ricordar le pompe ed il culto di che li suoi contemporanei e posteri onorarono il martire glorioso, o riandare tradizioni e documenti per accertare istoricamente per quanti prodigi preservasse egli sempre la sua città e dal ferro dei Goti, degli Unni, dei Longobardi, e dagli odi municipali che nel medio evo vi chiamarono sopra Perugia o Spoleti, e dai sdegni dei potenti che nelle tante e mai interrotte vicende italiane ebbero con Fuligno politici e militari rapporti. Sebbene poi molti furono nella Gallia ed altre regioni i santi martiri di questo nome, fidiamo tuttavia nella gravissima autorità del dotto Baronio il quale ritiene la comune e costante tradizione, che il corpo di S. Feliciano, di cui è qui discorso, riposa tuttora ancorchè occulto in Fuligno, ma che alcune reliquie di esso sieno state altrove trasferite; e rimandiam al Jacobelli, ed ai Bollandisti chiunque abbia vaghezza di risapere come e quando fossero queste recate a Metz in Francia ove se ne celebra, in Fuligno, festa solenne ai 24 di gennaro, e come appresso ai 20 di ottobre l'avesse in Sassonia Minda, che onora in quel giorno di pompa festiva un tal santo eletto a suo protettore. Non siaci in fine disdetta una preghiera all'invitto Confessore di Cristo, che n'ottenga sull'esempio di lui nelle degenere mollezze, in cui poltriamo, generosa costanza di resistere al freddo indifferentismo del secolo più pericoloso del furore crudele di Decio, onde cercare in primo luogo il regno di Dio e la sua giustizia, ed avere di soprappiù tutte le cose restanti.

(DEL PROF. CAMILLO RAMELLI)

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Ultimo aggiornamento 27/07/2021